la casa dei sogni

“L’hanno già venduto.” ho detto sconsolata al mio capo, affanciandomi al suo ufficio. “Certo che potevano anche avvisarmi.”
“Cosa ti avevo detto?” mi ha risposto con tono di rimprovero.
“Hai ragione. Non farmi la predica però, ti prego…è già abbastanza difficile così.”
“Mi dispiace. Ne troverai un altro.”
“Come quello è impossibile…sono stata una stupida. L’ho perso per aspettare l’approvazione di una persona che sta facendo di tutto per uscire dalla mia vita.”
“Non esagerare, Isa…l’hai sentito in questi giorni?”
“Dopo avermi fatto gli auguri di Natale, ci siamo sentiti al telefono un paio di volte. E’ così strano…”
“Hai due alternative: dargli un aut aut o lasciarlo perdere.”
“Detto così sembra semplice.” ho commentato con lo sguardo rivolto verso il pavimento.
“So che non lo è, ma devi entrare in questo ordine di idee al più presto se non vuoi soffrire più del necessario. Fidati…”.

Avevamo perso il nostro equilibrio. Alternavamo momenti di silenzio a conversazioni folli, fatte di parole che si susseguivano in modo confuso per riempire i vuoti dei nostri cuori e che mi lasciavano sempre l’amaro in bocca. Potevamo scriverci per ore, anche giornate intere, ma il saluto finale era sempre accompagnato da una sensazione di profonda angoscia: ogni volta temevo che Stefano potesse chiudersi nuovamente in quel silenzio assordante. Avevo paura di affrontarlo e non osavo fargli domande. Restavo in balia dei suoi umori e delle sue decisioni, certa che un giorno sarebbe tornato da me con le migliori intenzioni. Mi convincevo del fatto che si fosse preso un periodo di distacco per riordinare la sua vita e potermi finalmente concedere lo spazio che meritavo. Restavo aggrappata a queste convinzioni e aspettavo. Sognavo di essere con lui nella casa dei nostri sogni, con il passato alle spalle, un presente addirittura migliore di quello che avevamo sempre immaginato e un futuro da costruire senza frenesia, ma con la serenità di chi sa di aver fatto la scelta giusta.
Aspettavo, aspettavo. Ma ogni giorno, solitamente verso sera, quando capivo che non si sarebbe fatto vivo, mi domandavo che senso avesse quell’attesa e soprattutto che senso avesse avuto quella giornata.
“Cos’hai fatto oggi?” mi domandava mia mamma, che non era al corrente di ciò che stavo attraversando.
“Nulla.” le rispondevo. Ed era la verità. Andavo in ufficio, cercavo di lavorare, provavo a trattenere le lacrime, tornavo a casa, scoppiavo a piangere, mi facevo consolare dalle amiche.

Ripensavo costantemente alla promessa che mi ero fatta, solo per realizzare quando fosse difficile mantenerla, perchè a volte è più semplice continuare a soffrire che provare ad uscire da una situazione dolorosa.

Vivevo in funzione dei nostri incontri, nonostante le lunghe chiacchierate si fossero trasformate in brevi momenti di aggiornamento sulle nostre vite che sembravano non volersi più intrecciare. Mi ricordo di quella fredda domenica di febbraio, quando mi ha pregata (pur sapendo che non aspettavo altro) di accompagnarlo in un luogo che fino all’ultimo non mi ha svelato. Arrivavo in treno da Firenze, è passato a prendermi in stazione e ho subito capito che ci stessimo dirigendo verso a casa sua.
Così sono entrata di nuovo in quell’appartamento di cui nutrivo i peggiori ricordi, che però stava chiaramente prendendo la forma che avevamo progettato insieme, in uno dei rari momenti delle settimane precedenti in cui ci eravamo ritrovati a parlare di un tema diverso dal lavoro.
“Allora, che ne pensi Bellina mia?”
“E’ bellissimo, complimenti.”
“Ad entrambi.” mi ha risposto, avvicinandosi per darmi un bacio.
“Hai fatto fare anche quell’angolo!” ho detto quasi gridando per la gioia.
“Il tuo pensatoio.”
“Wow!” ho esclamato mentre mi aggiravo in quella che avevamo progettato per diventare la zona creativa della casa. “Qui metti la poltrona che abbiamo visto online?”
“Sì, l’ho già comprata, arriva in settimana.”
“Meraviglioso.”
“Tu.”
“Noi.” ho risposto.

Ci siamo tuffati sul divano per chiuderci in un abbraccio che mancava da troppo tempo.
“So che ti devo delle spiegazioni…”
“Non ti ho chiesto nulla, Ste.”
“Intanto grazie per avermi aiutato a costruire la casa dei miei sogni. Non vedo l’ora di farti vedere il risultato finale.”
“E’ bello anche osservare come viene costruita passo dopo passo…”
“Certo. Però vuoi mettere quando sarà tutto a posto? Non vedo l’ora di trasferirmi.”
“Quando pensi di riuscire a farlo?”
“Tra un paio di settimane.” mi ha risposto. “Comunque” ha aggiunto “dicevo…ti devo delle scuse. So che non le vuoi, però mi sento in dovere di parlarti. Non puoi nemmeno immaginare cosa stia succedendo dentro di me…solo tu puoi aiutarmi.”
“Da tanto tempo ti chiedo di farlo…”
“Lo so, ma volevo evitare…mi hai già sopportato abbastanza.”
“E non alzare gli occhi al cielo.” ha continuato.
“Quindi, cosa sta succedendo?”
“Mi sono fermato a pensare. Lavoro e penso, lavoro e penso. Passo intere nottate a riflettere sulla mia vita. Non so come uscire da questo bivio.”
“Ah, perchè credi di essere ancora di fronte ad un bivio?” gli ho chiesto, mentre il mio cuore andava in frantumi.
“Sì o meglio…no, so di averlo già superato. So di non poter tornare indietro. Ma lei è ancora qui, non se ne va, soffre e…” ha fatto un respiro profondo “e io non riesco ad accettare tutto questo. Non riesco a staccarmi da lei. Così come non riesco a staccarmi da te. Ho paura di fare un passo in qualsiasi direzione.”
“Ho capito…”
“Guardami negli occhi.” mi ha detto, prendendomi il viso per il mento.
Ho alzato il volto continuando a guardare verso il basso. “Guardami Bellina, ti prego.”
“Cosa vuoi da me?” gli ho chiesto, cercando di restare impassibile.
“Tutto.”
Ha iniziato a baciarmi e ad accarezzarmi il corpo con entrambe le mani. Mi sono stretta a lui il più possibile, mentre cercavo di formulare una domanda per risvegliarlo da quel torpore.
“Hai parlato con lei?”
“Sì, l’ho fatto, ma non è cambiato nulla.”
“Sa di noi?”
“Credo di sì, ma non ne ho la certezza.”
“Va beh, questo non mi riguarda…”
“Invece sì, Isa.”
“Cosa hai intenzione di fare?” gli ho chiesto, sconsolata.
“Non lo so. Ho paura di affrontarla. Ho paura di perdere te. Ho paura…”
“Di seguire il tuo cuore.”
“Non è vero. L’ho già fatto.” ha commentato.
“Non credo che lui ti stia dicendo di fermarti qui, o sbaglio?” gli ho chiesto, dandogli un colpo sul petto.
“No…certo che no…ma non c’è solo il cuore. C’è un passato ingombrante.”
“Questo lo sapevamo dall’inizio e chi più di me può capirti? Pensi che per me sia stato facile voltare pagina?”
“No…”
“Si può fare. Non è semplice, ma si può fare. Però deve partire da te.”
“Lo so…”
“Quindi sai anche che non ti metto di fronte ad un aut aut per rispetto del nostro Amore, vero?”
“Sì e non sai quanto ti sia grato per questo.”.

A dire il vero non so se mi trattenessi per dargli davvero libertà di scelta o perchè temessi di ottenere l’opposto di ciò che desideravo…e cioè che, mettendolo di fronte alla necessità di scegliere, rientrasse nel porto sicuro…la sua vita di sempre. Forse la seconda.

Abbiamo continuato a parlare per ore fino a quando, stremata, mi sono alzata per prendere un bicchiere d’acqua. Lui non si è mosso dal divano.
“Torna qui.” mi ha detto qualche minuto dopo, facendomi cenno di risedersi vicino a lui.
Mi ha baciata di nuovo, questa volta con più passione, cercando di spingersi un po’ più in là.
Avrei voluto tanto fermarmi, ma la verità era che io, il cuore, lo seguivo davvero e non ero ancora capace di pormi dei limiti nei suoi confronti.

Anche se forse avrei dovuto iniziare a farlo perchè quel giorno, quando mi sono mi sono chiusa la portata alle spalle, ero tutt’altro che serena.
La casa dei sogni era abitata dalla paura e iniziavo a capire che, per salvarmi, probabilmente mi sarei dovuta rifugiare altrove.

imparare a volare

“Allora, ti è piaciuto l’appartamento?” mi ha chiesto Marco la mattina successiva davanti alla macchinetta del caffè.
“Molto.”
“Lo prenderei io, se potessi…”
“Ci penso. Grazie comunque. Ho iniziato a guardare un po’ di annunci, ma non ho ancora trovato nulla che mi convinca. Questo loft mi ha folgorata, però è il primo appartamento che vedo, vorrei girare un po’ prima di prendere la decisione.”
“Valuta tu Isa.”
“Vorrei che lo vedesse Stefano.” ho ammesso.
Marco ha alzato gli occhi al cielo, in segno di disappunto. Da qualche settimana cercava di farmi riflettere sul suo atteggiamento.
Devi pensare a te stessa.”
“Nel me stessa c’è lui.”
“E’ qui che ti sbagli. Tu esisti indipendentemente da lui.”
Lo pensavo anch’io, prima di incontrarlo.”
“Continui a commettere lo stesso errore.”
“Quale?” gli ho chiesto.
“Vivi in funzione della persona con cui stai.”
“No, aspetta.” l’ho interrotto prima di bere l’ultimo sorso di caffè. “Non puoi paragonare questa storia con le precedenti.”
“Non lo sto facendo. So che ci sono delle differenze profonde e che qui ci sono in gioco sentimenti autentici. Ma è il modo in cui tu ti poni nei loro confronti…quello non è cambiato.”
L’ho guardato incapace di replicare, dandogli così la possibilità di rincarare la dose.
Insegui. E aspetti.”
“Ma…”
“Non è così?” mi ha chiesto, interrompendomi. “Devi pensare a te stessa e a come spiccare il volo.”
“Lo farò insieme a lui.”

Prima che finissi la frase, Marco aveva già iniziato a scuotere la testa.
“Dai, andiamo a lavorare.” gli ho detto, certa che quel giorno non avremmo mai trovato un punto di incontro.

Mi sono seduta alla scrivania e ho preso il cellulare dalla borsa.
“Tutto bene il viaggio? Sei arrivato?” ho scritto a Stefano, mentre aspettavo che il computer si accendesse.
“Ciao Bellina, sì. Sono a casa, davanti al mio mare…”
“Beato te…”
“Tu quando parti per Firenze?”
“Stasera dopo il lavoro.”
“Sei contenta?”
“Sì, anche se…” mi sono bloccata, pensando alle parole di Marco. “Quando rientriamo dalle vacanze, torni insieme a me a vedere l’appartamento?” gli ho domandato, per cambiare discorso.
“Certo. Ma sei sicura di poter aspettare tre settimane?”
“Tre settimane? Pensavo tornassi prima di Capodanno.”
“Mi raggiungono alcuni amici per qualche giorno, dobbiamo parlare di lavoro e ho preferito invitarli qui da me piuttosto che tornare a Milano subito dopo le feste.”
“Ok…
“Tu hai qualche programma per i primi giorni dell’anno?”
Il mio cuore si stava facendo sempre più piccolo. Ho messo la mano destra sul petto mentre con la sinistra digitavo timidamente qualche carattere.
“A dire il vero no…”
“Capito.”
“Ste…sei di nuovo distante.”
“Non è vero.”
“Che programmi dovrei avere? Pensavo di vedere te…”
“Scusa Bellina, pensavo di averti detto che avevo in mente di lavorare da casa.”
“No problem.”
“Ora sei tu distante.”
“Mi difendo da te, Ste.”
“Non devi.”
“Forse è meglio che non ci sentiamo per un po’.” gli ho scritto, compiendo un atto di coraggio di cui non mi ritenevo capace.
“Non farmi questo.” mi ha subito risposto.
“Lo dico per te.”
“Non è quello che voglio. Se lo desideri tu, fallo, altrimenti non smettere mai di scrivermi. Mai.”
Nonostante le sue continue rassicurazioni, iniziavo a capire che non avrebbe trovato pace facilmente.
“C’è il mare in burrasca…e un vento fortissimo. L’orizzonte però è sempre lì, non lo perdo mai di vista.” ha continuato. Sapevo che si trattasse di una metafora del periodo che stava attraversando.
“Cerca di stare tranquillo.”.

Solo a quel punto mi sono resa conto che il computer era ancora spento.
“Devo lavorare. Ci sentiamo più tardi.”
“Ti chiamo prima di andare a cena, Streghetta.”
“A dopo.”.

Ho temporeggiato qualche istante fissando lo schermo del pc e il flusso di email che stava invadendo la mia posta elettronica.
“Ciao Valentina, sono Isabella.” ho detto, reggendo la cornetta del telefono fisso tra l’orecchio e la spalla, mentre con le mani sistemavo la scrivania.
“Ciao cara, che piacere sentirti. Tutto bene?”
“Sì. Ho pensato alla casa, come ti ho detto da circa un mese ho iniziato a guardarmi intorno e non c’è nulla che mi convinca davvero. Quindi non vorrei lasciarmi sfuggire questa occasione perdendo tempo inutilmente. Tra qualche ora parto e non credo di riuscire a passare prima dal tuo ufficio, mi puoi mandare i documenti di cui parlavamo via email?”
“Certamente, ti scrivo all’indirizzo che vedo sul biglietto da visita?”
“Sì, va benissimo.”
Li ho stampati prima di uscire, con l’idea di leggerli durante il viaggio in treno.

Mi sono seduta al mio posto di fianco al finestrino e mentre sfogliavo le pagine cercavo di convincermi che fosse la scelta giusta, ma quando il mio pensiero volava su Stefano venivo assalita dai dubbi. Volevamo andare a vivere insieme, era quello che sognavamo entrambi, che senso aveva comprare una casa da sola, proprio mentre lui stava per ristrutturarne un’altra per trasferirsi dopo qualche mese?
“Non so se comprare il loft…” gli ho scritto dopo aver riposto il fascicolo nella borsa.

La sua risposta è arrivata dopo tante ore. Troppe.
Ore che si sono trasformate in un giorno, poi in un giorno e qualche ora.
Il silenzio si è interrotto alle 23.55 della sera successiva.
“Bellina perdonami. Mi sono accorto ora che il messaggio di ieri non è mai partito. Volevo farti gli auguri per questa notte speciale. Buon Natale Principessa.”
“Non ti preoccupare. Tanti auguri anche a te.” gli ho risposto, per evitare qualsiasi polemica e rovinarmi la fine della cena della Vigilia.

Ho ripercorso con la mente tutte le promesse fatte da lui nel corso dei mesi e quel giorno ho deciso di farne una a me stessa. Avrei tagliato il filo rosso.
Non quello che mi legava a Stefano, ma quello che teneva legate tutte le mie relazioni.
Non avrei più aspettato nessuno e avrei imparato a pensare davvero a me stessa.
Forse era questa la lezione che il nostro rapporto mi doveva impartire.
Forse era questo che mi impediva di imparare a volare…

come nuvole

“Non me ne sono mai andato.”
“Non mi scrivi da mercoledì Ste…” ho risposto, incapace di aggiungere altro.
“Lo so…”
“Cosa succede?”
“Bellina, è difficile da spiegare. L’altro giorno, quando mi hai inviato la ricerca, sono rimasto per ore a fissarla, senza riuscire a scrivere nulla.”
“Ma perchè? Non riesco a capire, cerca di spiegarti meglio.”
“Ero bloccato.”
“Ma ci siamo sempre scritti, abbiamo già lavorato insieme, qual è il problema?”
“Sono io. Sono io il problema.”
“Forse cambio lavoro.”
“Che c-o-s-a? Perchè non mi hai detto nulla?”
“Sei sparito.”
“Smettila, non è vero. Sono qui.”
Per un attimo l’ho sentito davvero vicino. “Ho fatto tre colloqui e nei prossimi giorni mi dovrebbero dare una risposta.”
“Per quale azienda?”
“E’ una società piccola, non credo che tu la conosca. Sono rimasta incantata dal progetto.”

Si trattava di una nuova realtà nel campo della consulenza.
“Ho incontrato per caso il fondatore, mi ha detto che stavano cercando persone come me e dopo pochi giorni ho iniziato il processo di selezione.”
“Vuoi proprio farmi fuori…”
“Perchè mi fai questo?” gli ho chiesto. “Mi fai stare male, lo capisci?”
“Non ti farò mai del male, ricordatelo.”
Ho avuto l’impressione che non si rendesse conto di quanto i suoi comportamenti, uniti alle parole di quella sera, mi facessero soffrire.
“Sei tu che sei scomparso.”
“Potevi scrivermi anche tu.”
“Ste, non prendiamoci in giro. Da quanto tempo ti dico che sei strano e che ti sento distante? Non cercare di scaricare la colpa su di me. Sono qui e ti aspetto, ma ho bisogno di avere la certezza che tu stia camminando ancora verso di me.”
“Cosa farai il giorno di Natale?”
“Non lo so.” gli ho risposto senza riflettere, perchè non capivo il motivo per cui mi avesse fatto la domanda. “Le solite cose.” ho aggiunto poco dopo.
“Quanto vorrei che venissi da me in Liguria.”
“Ci vengo, se vuoi.”
“Sto fantasticando…”
“Devi fare pace con la tua testa, Ste.” ho commentato scoraggiata. Quante volte glielo avevo già detto?
“Userò questo periodo per fare chiarezza, te lo prometto.”
Sono rimasta in silenzio pensando che volesse aggiungere qualcosa.
Sono nuvole passeggere.” ha detto abbassando il tono della voce.
“Se lo dici tu…”
“Domani ci vediamo? Così mi racconti di questa opportunità di lavoro. Parto nel tardo pomeriggio, ti posso raggiungere prima delle 18.”
“Certo…scrivimi tu.”
“Va bene, a domani streghetta.”
“Buonanotte. Non te ne andare più.”
“Sono sempre con te.”

Il giorno dopo mi sono svegliata con un umore decisamente migliore di quello dei giorni precedenti e i miei colleghi se ne sono subito accorti.
“Isa, ho l’appartamento perfetto per te.”
“Non sto cercando casa, ma grazie per il pensiero.”
“Non vuoi nemmeno sapere di cosa si tratta?” ha continuato Marco.
“Dimmi, ti ascolto…”

“Loft, zona Isola, prezzo stracciato.”
“Dov’è la fregatura?”
“Non c’è.”
“Dai…”
“Peggio per te. Se vuoi puoi andare a vederla stasera.”
“Ho un impegno.”
“Isa, è un vero affare. Pensaci bene.”
“Non ho intenzione di comprare casa adesso, però andrò sicuramente a vederla.”
“Non credo che resterà in vendita a lungo. Fanno un primo giro tra i conoscenti più stretti, se non riescono a concludere in un paio di giorni – cosa che dubito – la daranno in mano ad un’agenzia.”
“Ma di chi è questo appartamento?”
“Di una mia amica.”
“Ok, un attimo…”

“Mi accompagni a vedere una casa oggi pomeriggio?” ho chiesto a Stefano. Mi stavo già immaginando mano nella mano con lui mentre varcavamo la soglia.
“A che ora?”
“Dimmi tu…verso le 17?”
“Ok ci provo, mandami l’indirizzo.”

Qualche minuto prima delle cinque ero di fronte al portone del palazzo con l’amica del mio capo che mi enunciava pregi e difetti della vita di quel quartiere, che in realtà conoscevo bene perchè ci avevo vissuto con Gabriele per due anni. Fingevo di ascoltarla, ma il mio pensiero era rivolto altrove, tra le nuvole di quel cielo grigiastro che non mi dava le risposte che cercavo.
“Possiamo entrare?” mi ha chiesto la ragazza al termine di un discorso cui non avevo dato seguito.
“Sì…va bene.” ho risposto, dando un’ultima occhiata al telefono.

Mi guardavo intorno distrattamente mentre la voce di Valentina in sottofondo mi accompagnava da una stanza all’altra. La casa era meravigliosa, ma neanche il più bel tramonto sarebbe stato in grado di toccare il mio animo in quel momento.
“Come ti sembra?”
“Bella, ma..”
“Cosa non ti convince?” mi ha subito incalzata lei.
“La casa sarebbe perfetta per le mie esigenze, ma ho bisogno di pensarci e devo confrontarmi con un paio di persone.”
Ho fatto un giro su me stessa di 360 gradi per cercare di fissare le immagini nella mia mente e mi sono avvicinata alla porta.
“Ti ringrazio molto. Mi faccio sentire domani, va bene?”
“Ottimo. Grazie a te Isabella, buona serata.”

“Scusa. Scusa. Scusa.”
Mi sono girata di scatto, trovandomi la faccia di Stefano a pochi centimetri di distanza.
“Ti posso dare un bacio?”
“No.” ho risposto, allontanandomi.
“Ho fatto tardi in ufficio.”
“Ok.”
“Perdonami.”
“Non serve. Vorrei solo capire perchè prima non succedeva e ora sì, o anche solo perchè non mi avvisi, ma non importa.”
“Perchè sono un disastro e sono il primo a non capire cosa mi stia succedendo.”
“Spero che queste vacanze ti servano a qualcosa.”
“Com’era la casa? E il lavoro? Novità?”
“Quante domande…e la tua di casa? Come procede?” gli ho chiesto, mentre mi si stringeva il cuore al pensiero che non mi avesse ancora invitata a vederla.
“Tutto bene, inizieranno presto i lavori. Ma dimmi di te…”
“No, dimmi di te. Parliamo solo di me ultimamente.”
“Ti ho portato un regalo.”
“Per Natale? Io non ti ho preso nulla.” gli ho risposto, mentendo. Ero uscita prima dall’ufficio per acquistarlo.
“Ecco…ma aprilo a casa, ok?”
“Perchè?”
“Non voglio che lo associ a questo momento. Qui, al buio, con i minuti contati…”
“Ma ci sei Tu e a me basta “.

Senza dargli il tempo di rispondere, ho preso dalle sue mani il bigliettino.
Ci ho messo dentro tutto l’Amore del mondo.
Nel pacchetto c’era un portachiavi a forma di albero. Sono rimasta interdetta per qualche secondo, fino a quando ho alzato gli occhi verso di lui e ho capito che si trattava di quello del suo giardino, che lui tanto amava.
Non ne abbiamo mai più parlato ma sono certa che rappresentasse la sua essenza più pura, con cui nonostante i ritardi, le dimenticanze, i comportamenti immotivati e le nuvole passeggere, riuscivo ancora ad entrare in contatto, perchè ero l’unica persona al mondo a cui aveva concesso di farlo.

nuovi orizzonti

Sono tornata a casa alle cinque di mattina, stravolta ma felice. Stefano mi aveva chiesto di continuare a lavorare sulla presentazione di un altro progetto di ricerca che mi aveva illustrato mentre percorrevamo la strada che separava il suo ufficio dal parcheggio in cui avevo lasciato l’auto.
“Non perdere troppo tempo, mi raccomando.” mi aveva sussurrato mentre mi aiutava a chiudere la portiera.

“Non ti preoccupare, te lo mando domani prima di pranzo.”
“Va bene Bellina, grazie di cuore. Scusa se ti ho fatto fare così tardi.”

L’ho guardato alzando gli occhi al cielo, ho messo in moto la macchina e ho alzato il finestrino. Iniziava a fare davvero freddo, ma mi ostinavo a vestirmi leggera, per non lasciare andare anche gli ultimi sprazzi di un autunno incredibilmente caldo.

Mi sono svegliata dopo poche ore di sonno, ma attiva più che mai perchè il pensiero di dovermi concentrare su un progetto condiviso mi rendeva euforica. Ero certa che sarebbe stato il principio di qualcosa. Per non togliere troppo tempo al mio lavoro ufficiale, sono entrata in ufficio molto prima del necessario e alle 10 avevo già terminato tutto. Dopo un’attenta rilettura e certa di ricevere un feedback da Stefano pressochè immediato, gli ho inviato il documento e ho aperto la presentazione che mi aveva inviato una mia collega poco prima. Controllavo il cellulare ogni minuto ed ero impaziente di sapere se i contenuti e la grafica andassero bene. Cercavo di focalizzare le mie attenzioni su altre attività ma non riuscivo a concludere nulla.

A metà pomeriggio quel silenzio era diventato ancora più assordante.
Sarà ancora in riunione.
Avrà avuto un problema.
Magari non si è svegliato.
Gli si sarà scaricato il telefono.
Pensavo a tutti i motivi più o meno sensati per cui sarebbe potuto sparire per così tante ore, ma allo stesso tempo la mia ansia cresceva e insieme a lei la preoccupazione che fosse cambiato qualcosa.
Ero abituata a risposte quasi in tempo reale e a ricevere chiamate e messaggi senza soluzione di continuità, anche nelle situazioni più impensabili.
Mi sono ricordata della sera in cui mi aveva telefonato durante una cena, con la famiglia della moglie a tavola. Oggi ci penso e inorridisco solo all’idea, ma quel giorno…quel giorno ero al settimo cielo. Pensavo a lui, che si era nascosto sotto una grondaia, solo per sentire la mia voce per pochi istanti. Ci siamo scambiati qualche parola, un ti amo furtivo, un po’ di allusioni al desiderio di contatto fisico, poi era arrivata lei e la comunicazione si era interrotta all’improvviso. Allora non avevo la lucidità di chiedermi se fosse giusto o sbagliato. In quel momento mi bastava il sorriso che disegnavano le mie labbra, gli occhi lucidi e il cuore che non riusciva a decelerare.

Volevo quasi rinunciare al concerto che avevo in programma per la serata, ma i miei fratelli si sarebbero arresi solo di fronte a 40 di febbre, per cui sapevo di non avere scuse. Intanto il tempo passava e la nostra chat non dava segni di vita, nonostante Stefano fosse stato online quasi tutto il giorno.
Ho lasciato il Forum di Assago stanca e infreddolita, con addosso una strana sensazione di vuoto che credo somigliasse a ciò che lui provava nei primi mesi del nostro rapporto quando cercavo di allontanarmi.

Una volta giunta a casa, esasperata per l’attesa, ho deciso di scrivergli.
“Ciao Ste, tutto bene?”
Non sapendo dove si trovasse ho preferito restare vaga.
Dopo qualche minuto il telefono si è illuminato.
“Hey…sto bene. Grazie per la presentazione, scusa se non ti ho ancora risposto ma mi ero ripromesso di farlo a breve.” ho deglutito mentre continuavo a leggere “Va benissimo. Grazie ancora, spero che non ti abbia portato via troppo tempo.”
“No, figurati. L’ho fatto con piacere. Ero al concerto di Ligabue…” ho aggiunto, per cambiare discorso.
“E’ vero, non mi ricordavo che fosse oggi! Com’è stato?”
“Stupendo. Ho pensato tutto il tempo a te.”
“Piccola…”
“E’ stato bellissimo ieri.”
“Bellissimo sì.” ha ripetuto.
“Ste, sei sicuro che sia tutto a posto?” gli ho domandato nuovamente. Quelle risposte così brevi mi avevano insospettita.
“Sì, certo.” mi ha scritto, senza lasciare spazio ad ulteriori approfondimenti.
“Fatti sentire.”.
Quelle parole suonavano quasi come un’implorazione.
Fatti sentire perché sto soffrendo era il senso della mia richiesta.
“Certo. Buonanotte, a domani.”.
Mi sono addormentata solo perché ero davvero esausta.

“Entro in riunione. Ti scrivo dopo per raccontarti com’è andata.” mi ha scritto il giorno dopo, dopo un breve scambio di messaggi.

Ricordo ancora che era un mercoledì pomeriggio e che non l’ho sentito fino a sabato sera quando, rannicchiata sotto le coperte, ho preso il cellulare tra le mani e, mentre il dolore al petto si faceva ancora più acuto, sono riuscita a digitare Torna da Bellina, incapace di trattenere le lacrime.

Pochi giorni prima pensavo di trovarmi di fronte all’evoluzione più naturale che si potesse immaginare per la nostra storia, ma mi sbagliavo.
Avevo effettivamente di fronte a me nuovi orizzonti, ma anche nuove paure, nuovi problemi, nuovi silenzi, nuovi misteri.
Proprio io, che pensavo di poter sempre controllare tutto, mi sono dovuta affidare alle stelle e abbandonarmi, una volta per tutte, alla loro guida.

immenso

“Allora Bellina, ti passo a prendere più tardi?”
“Sono venuta in ufficio in macchina perché devo andare da un cliente stamattina. Ti raggiungo io, dimmi dove…”
“Ti va di venire in ufficio da me? Se così si può definire.”
“Hai un ufficio?” gli ho chiesto sorpresa.
“Non esattamente. Mi sono ricavato uno spazio nello studio di architettura di un mio amico in Brera. Ti mando la posizione da Whatsapp. E’ una piccola stanza, ma c’è tutto ciò che mi occorre per lavorare. Dai, vieni qui! Voglio farti vedere un po’ di cose.”
“Va bene. Non prima delle 19.30 però…è troppo tardi?”
“Tardi? Lavoro sempre fino a notte fonda. Se ti va poi possiamo uscire a cena.”
“Addirittura…” ho ribattuto con sarcasmo.
“Streghetta…sei un po’ sulle tue oggi…”
“Non è vero.” gli ho risposto, sapendo di mentire.
“Sì, sei un po’ sulle tue. Devi farmela pagare.” ha continuato. “Ti difendi da me.”
“E’ il minimo.” ho confessato.
“Come darti torto. Mi farò perdonare.”
“Vedremo…a dopo, Ste. Ti scrivo quando sto per avviarmi.”
“Buona giornata Bellina.”

Ogni volta che mi sforzavo di mantenere le distanze da lui sentivo il cuore stringersi, in segno di ribellione. Ma dove vuoi andare? Chi vuoi prendere in giro?
Avevo la chiara e netta sensazione che mi parlasse e non c’era modo di smentirlo. Perché il cuore, mica lo puoi ingannare. Mi sono portata la mano al petto per cercare di rassicurarlo, ho fatto un respiro profondo e ho preso in mano la cornetta del telefono.

“Ci vediamo giù tra un’ora? Andiamo con la mia macchina. Porta il pc, salva tutto sulla chiavetta, sul desktop, ovunque! Mi raccomando.”
“Certo, Isa. Ci penso io, non ti preoccupare.”
“Ho riattaccato sorridendo e mi sono abbandonata a quella ritrovata energia, che finalmente mi permetteva di lavorare come non succedeva da tempo, nonostante dovessi ammettere che sentivo di non essere pienamente lucida.

Invece di prepararmi per l’incontro, come ero solita fare, ho preso tra le mani un libro che mi aveva prestato una mia amica. Si trattava di una raccolta di saggi brevi su diversi temi. L’ho aperto a metà e sono rimasta colpita dall’illustrazione di un surfista che cercava di tenersi in equilibrio sulla tavola. A differenza di quanto si potrebbe pensare però, il suo sguardo non era rivolto di fronte a sé. Osservava l’onda, aspettando che si scagliasse su di lui, o almeno questo era ciò che mi trasmettevano i suoi occhi e la posizione del suo corpo. Accanto a questa immagine c’era alcune parole.

In attesa. In attesa che il tempo passi. Aspettando di rivederti per correrti incontro e riabbracciarti.
In attesa di scambiarci di nuovo un sorriso, un sospiro e un sogno.
Sono qui che ti aspetto, mentre l’aria si fa sempre più fredda, il mare più agitato, le onde più violente.
Sono ancora qui in attesa di vederti arrivare, anche se da lontano, sperando di scorgere la felicità sul tuo volto.
Ti aspetto e so che la pazienza sta per esaurirsi, ma resto aggrappato alla speranza di vederti arrivare.
Per ricominciare da capo.

Non so spiegare perché abbia sentito quelle parole molto più mie di quanto la situazione potesse far pensare. Ho pensato al momento in cui, qualche settimana prima, ero scoppiata a piangere di fronte al suo regalo di compleanno e al meraviglioso biglietto di auguri che lo accompagnava. Anche di fronte ai gesti più belli e spontanei, niente e nessuno poteva convincermi del fatto che non si stesse allontanando da me. Lo sentivo dentro, ma solo quando non eravamo insieme.

Non so se si trattasse di uno strano scherzo del destino, che cercava di mettermi di fronte alla mia paura più grande: di perdere lui e tutto ciò che aveva portato nella mia vita.

Quando eravamo una di fronte all’altro, invece, tutti i dubbi sparivano, come quella sera.
“Ciao Streghetta.”
“Ciao.” gli ho risposto, senza sollevare lo sguardo da terra.
“Ma quanto sei dolce? Mi sei mancata. Scusa ancora per l’altro giorno.”
“Non ne parliamo più, per favore. E’ stato già abbastanza umiliante così.”
“Sono un coglione, lo so. Non capisco nemmeno come tu possa sempre perdonarmi.”
“Lo faccio perché, in fondo, ti capisco. Ricordati che ero in una situazione simile alla tua fino a poco fa.”
“Sei unica.”
“Dai, cosa volevi farmi vedere?” gli ho chiesto, per cercare di chiudere il discorso.
“Seguimi.”.

Mi ha presa per mano e si è diretto verso l’ingresso principale del palazzo. Abbiamo fatto due piani di scale a piedi e ci siamo trovati di fronte ad una porta bianca.
“Prego…” mi ha fatto segno di entrare per prima.
“Vai tu, mi vergogno.” gli ho detto, spingendolo per il braccio.
Avevo intravisto un po’ di ragazzi all’interno e non sapevo come comportarmi. Mi chiedevo come mi avesse presentata e se l’avesse fatto, probabilmente a me aveva parlato di loro, ma loro sapevano chi fossi io?

“Piacere, Isabella.”
“Piacere mio, Paolo.” mi ha risposto, allungandomi la mano.
“Ah, lui è…” ho detto a Stefano, che mi ha fatto un cenno di conferma con il capo ancora prima che finissi la frase.

Nello studio in cui si era sistemato c’erano altri ragazzi che stavano ancora lavorando nonostante fossero quasi le 20.
“Guarda che non tutti hanno la fortuna di uscire alle 18.30 in punto come te.” ha detto ad alta voce Stefano, leggendomi nella mente.
“Ciao…” ho detto sorridendo, rivolgendomi a chi si era voltato per osservarmi.

Ci siamo seduti alla sua scrivania. Accanto a noi c’erano due ragazzi, che si presentati rimettendosi subito al lavoro. Stefano ha avvicinato la sua sedia alla mia e ha acceso il computer.
“Guarda che non lavoro dopo le 18.30.” gli ho detto, per prenderlo in giro.
“Ah no? Allora cosa sei venuta a fare?” mi ha risposto, accarezzandomi il viso.
Mi sono guardata intorno per assicurarmi che nessuno avesse notato il suo gesto.
“Sei pazzo? Ci vedono!” ho detto sottovoce, allontanandomi.
“E dov’è il problema?” mi ha chiesto, mentre cercava il file su cui avremmo dovuto lavorare.
“Ma lo sanno?” gli ho domandato.
“Che sei la donna della mia vita? Non credo di essere stato così esplicito. Se vuoi glielo dico…”
“No! Ti prego, non mettermi in imbarazzo.” l’ho pregato, tenendolo fermo sulla sedia.
“Cosa sanno?”
“Che importanza ha? Sanno chi sei. Le persone a questo tavolo anche qualcosa in più. Sanno che mi hai cambiato la vita, che sono impazzito per te e che è colpa tua se per mesi non sono riuscito a concentrarmi.”
Ho sorriso, ripensando alle folli giornate estive in cui eravamo costantemente in contatto a qualsiasi ora del giorno.
Mi sono impossessata della tastiera e, cliccando su una cella qualsiasi, ho digitato alcune lettere.
“Ti Amo anch’io.”.

Abbiamo lavorato insieme fino a tarda notte, ordinando la cena da asporto. per portare a termine il progetto che doveva consegnare la mattina successiva.
Mi ha stretta più volte in un abbraccio, mentre io arrossivo perché i suoi amici ci guardavano. Mi ha fatto sentire finalmente parte della sua vita vera e del suo lavoro. Siamo usciti per un po’ di ore fuori dal nostro micro-mondo, ma senza abbandonarlo del tutto. Ci siamo affacciati alla realtà avvolti dalla coperta della nostra complicità.

E mentre gli altri ci osservavano alzando gli occhi al cielo, noi riuscivamo solo a pensare a quanto fossimo fortunati e restavamo in silenzio, guardandoci negli occhi.
Perché ci sono parole che non si dicono e sguardi che dicono tutto.

Ditemi voi se esiste un concetto che può riassumere tutto questo. A me viene ne viene in mente uno in particolare: immenso.


[im-mèn-so] SIGN Sconfinato, smisurato, enorme
Dal latino [immensus], ‘che non può essere misurato’
Composta [in-] negativo e [mensus], participio passato di [metiri] ‘misurare’.

mano nella mano

“Comunque fammi sapere quando possiamo vederci.” ho tagliato corto.
“Domani?”
“Va bene. Mi dirai tu a che ora, mi tengo libera dopo il lavoro.”
“Perfetto, te lo dico subito: ci possiamo vedere verso le 19.”
“Passi a prendermi in ufficio? Altrimenti ti raggiungo verso le 19.30.”
“Certo Bellina, vengo in motorino.”
“Ok. Buona serata allora.”

Non gli ho chiesto cosa avesse in programma per la serata perchè immaginavo che la passasse con sua moglie. In realtà non sono riuscita a capire se fosse effettivamente così perchè ha continuato a scrivermi senza sosta, anche durante la notte.
“Nessuno ci potrà mai togliere tutto questo, ricordartelo. E’ per sempre.” sono state le ultime parole che ho letto prima di addormentarmi. Gli ho risposto la mattina successiva.
Un Amore così merita di essere libero di crescere, di evolversi, di maturare e perchè no, anche portarci a commettere qualche errore.”
“Purtroppo Bellina ho la sensazione di essere in un labirinto in questo momento.” ha ammesso. “Sto cercando un modo per uscirne e solo tu mi puoi guidare. Per questo ti chiedo sempre di non abbandonarmi.”
“Il peggio dovrebbe essere passato però, non credi?”
“Non lo so…ho paura di ritrovarmi con un pugno di mosche.”
“Ti riferisci alla ricerca? Hanno appena approvato il primo progetto che hai presentato!”
“Sì, ma sai…è solo l’inizio. La strada è ancora lunga…”
Un passo alla volta…”
E a mano a mano…vedrai che nel tempo…
“La canta sempre mia mamma!” ho esclamato, sorpresa per la coincidenza.
“Anche la mia.”
“A mano a mano quindi…e dove si arriva?”
“A mano a mano non lo so…mano nella mano dove vogliamo.

Ho cancellato tutta la conversazione mentre facevo gli ultimi gradini che portavano all’ingresso dell’appartamento.
“Ciao Gabry.” gli ho detto, aprendo la porta e trovandomelo di fronte.
Non avendo ricevuto alcuna risposta, ho continuato: “Tra venti minuti tolgo il disturbo.”.
Ero passata a prendere due valigie di vestiti invernali che avevo lasciato lì per mancanza di spazio nel minuscolo bilocale che stavo condividendo con la mia amica e che non avevo riportato a Firenze sapendo che mi sarebbero serviti di lì a poco.
Dopo avermi minacciata di coinvolgere un avvocato per farmi la guerra, avevamo trovato un accordo quasi pacifico: svuotare l’appartamento, metterlo subito in vendita e provare a salutarsi dignitosamente. Nel giro di due settimane avevamo trovato un acquirente disposto a comprare il pacchetto completo – casa, mobili e box. Così quel giorno avevo preso un permesso in ufficio per portare via le ultime cose e non nascondo che, da qualche parte dentro di me, provavo anche un minimo desiderio di rivedere Gabriele. Dopotutto, avevo condiviso con lui quasi un terzo della mia vita e – sebbene il distacco avesse portato con sè una sensazione di libertà più che di sconforto – era strano pensare che non ne facesse più parte in alcun modo.

“Come stai?” gli ho chiesto, dopo aver chiuso la seconda valigia, facendogli capire che me ne sarei andata nel giro di qualche minuto.
“Tutto ok.”
“Anch’io.” gli ho risposto, nonostante non mi avesse chiesto nulla. “Il lavoro?”
“Bene…mi hanno spostato in un altro reparto. Tra due settimane mi trasferisco a Parigi.”
“In che senso?”
“Nell’unico possibile, Isa…”

Mi ha guardata negli occhi dopo così tanto tempo che mi è sembrato di incrociarli per la prima volta. Nei suoi ho visto tanta rabbia, ma anche una profonda tristezza, quella che forse era mancata nei nostri ultimi incontri, che si erano sempre conclusi nel peggiore dei modi.
“Mi dispiace Gabry. Quando capirai che non devi colpevolizzare solo me, forse troverai un po’ di pace.”
“Chi ti ha detto che non l’abbia già trovata?” mi ha chiesto. “E poi non vedo di chi altro possano essere i responsabili, oltre a te e alla persona con cui mi hai tradito.”
“Ma cosa stai dicendo!” ho esclamato, cercando di mascherare la paura che si era impossessata di me. Sapevo che avesse dei sospetti, ma ero certa che non fosse venuto a conoscenza di nulla e questo, in parte, mi tranquillizzava.
“Comunque sto uscendo con una ragazza.”
“Sei il solito stronzo. Per un attimo ho avuto l’impressione che fossi dispiaciuto di questa situazione, ma è evidente che il tuo orgoglio e la tua immaturità sono riusciti ad avere la meglio anche oggi.”
“Sono solo sincero…perchè, tu non hai già iniziato a frequentare qualcuno? Non perdere tempo…sai, l’orologio biologico e tutti quei discorsi hanno un fondo di verità.”
“Per ora mi basta aver capito esattamente cosa non voglio in un uomo e cosa ho sbagliato fino a qualche settimana fa. Credo sia un ottimo punto di partenza. Invece a quanto pare a te questa storia non ha insegnato nulla.”
“Mi ha confermato che ho sempre fatto bene a non fidarmi del tutto di te e che bisogna sempre tenere le donne sulle spine, altrimenti questo è il risultato.”
“Complimenti. Buona vita allora.”.

Sono uscita sbattendo la porta di casa, consapevole del fatto che non si meritasse le mie lacrime, ma troppo nervosa per riuscire a trattanerle. Sul marciapiede di fronte all’ingresso del palazzo ho incontrato Marco, il mio capo, che ancora una volta si trovava al posto giusto nel momento giusto e senza chiedermi nulla, ha preso entrambe le valigie e si è diretto verso un bar lì vicino.
“E’ finita. Cerca di voltare pagina.” mi ha detto davanti ad un caffè.
“Non capisco perchè mi tratti così.”
“Sei sicura che è questo il motivo per cui stai piangendo?”
“Sì.”
“Sicura sicura?”
“No.” ho fatto un respiro profondo e poi ho aggiunto: “Non accetto l’idea di aver commesso così tanti errori in questi anni e di avergli permesso di aver dato alla mia vita una direzione che non desideravo.”
“C’è chi se ne accorge troppo tardi…ti puoi ritenere fortunata.”
“Sempre di errori si tratta.”
“L’importante è averlo capito. Ora non ti resta che proseguire su questa strada.

Mentre giravo il cucchiaio nella tazzina di caffè ormai vuota pensavo a quanto fossi cambiata nell’ultimo periodo.
Avevo imparato cosa fosse l’amor proprio, che nella fase iniziale appare come uno strano alternarsi di costrizione e libertà.
Ti porta a riconoscere tutto ciò che blocca, limita ed altera la vera essenza della tua personalità e, mano a mano che te ne liberi (e quasi senza accorgertene), ti porta a compiere il percorso di crescita più importante, che io ho avuto la fortuna di fare per un po’ di tempo in compagnia.

qualcosa sboccerà

Non volevo rispondere.
Probabilmente se non si fosse trattato di lui avrei ignorato la telefonata. A pensarci bene, sarei proprio sparita, per lo meno per qualche ora.
Ma mentre guardavo il suo nome sullo schermo del cellulare e cercavo di resistere alla tentazione di rispondere, dentro di me sapevo che era solo questione di attimi. Stefano era diverso e non poteva ricevere lo stesso trattamento che avrei riservato a chiunque altro.
“Dimmi, Ste.” gli ho detto, con la voce di chi sapeva di averlo già perdonato.
“Bellina, ti chiedo scusa. Sono mortificato. Tu non ti meriti questo.”
“Neanche tu.” ho ribattuto, con maggiore convinzione.
“Lo so…sono un disastro…ma ti prometto che risolgerò.”
“Non capisco quale sia il problema, ad ogni modo mi fido e…lo spero per te. Sei irriconoscibile ultimamente.”
“Ho la testa distrutta. Sono confuso, dormo poco e male, passo la notte a farmi domande di ogni genere…ho una miriade di preoccupazioni. Ci vediamo domani? Ti prego…”
“Non mi devi pregare. Ci sono sempre, lo sai…” gli ho detto, cercando di rassicurarlo.
“Scusa ancora per quello che è successo. Non immaginavo che lei…”
“Non voglio sapere nulla.” l’ho subito interrotto. “Ti ho chiesto una sola cosa.”
“Cioè?”
“Te l’ho detto più volte, Ste. Non voglio fare l’amante. E’ l’unica cosa che può farmi allontanare da te.”
“Non dirlo neanche per scherzo. Però cerca di capirmi, come io ho fatto con te…”
“Se non ci stessi provando, ti assicuro che non saremmo al telefono in questo momento.”
“Non sopporto di vedere che soffre per colpa mia.”
“Credo che, in linea di massima, a nessuno piaccia fare del male ad una persona.”
“Certo, ma a lei avevo fatto una promessa.”
“Ne fai parecchie, a quanto pare.” ho risposto con ironia.
“Ti prego Bellina, non mi aggredire. Hai tutte le ragioni del mondo e so che sto sbagliando nei confronti di tutti: tuoi, suoi e persino miei. Però non mi abbandonare proprio ora…Sto camminando al buio.” mi ha supplicata.
“Dai, stai tranquillo…”
“E tu sei la mia luce.” ha continuato. “Mi nutro della linfa dell’Amore che provo per te.”
“Non so cosa dire, Ste.”
“Sono un disastro, vero?”
“Sì, ma un disastro stupendo.”
“Sei unica. Dimmi che ci possiamo vedere domani.”
“Certo…vengo da te dopo il lavoro?”
“Va bene…”
“Oppure ti andrebbe di passare nel mio ufficio?”
“Da quando hai un ufficio a Milano?”
“Precisamente da domani…dai, sarebbe fantastico. Vorrei farti vedere alcune novità.”

Fino a qualche settimana prima era solito parlarmi dei suoi progetti molto prima che si materializzassero, anzi quando erano ancora pensieri confusi nella sua mente, e non riuscivo proprio ad abituarmi a quella nuova situazione: di dover ascoltare un fatto compiuto.
“Di che tipo?” ho chiesto.
“Ho messo sul tavolo tre nuove idee, ci sto lavorando da un mese. Sono già a buon punto e vorrei il tuo parere.”
“C-certo.” ho risposto, cercando di nascondere lo sconforto. Non riuscivo a capire se non si rendesse conto di quanto fosse cambiato nell’ultimo periodo e non avevo il coraggio di farglielo notare, se non con qualche timida battuta.
“Ok. Domani ci accordiamo allora.”
“Riposati, Bellina. Scusa ancora. Te lo sussurrerò all’orecchio tutta la notte.”
“Ciao Ste.”

Ho spento il telefono e mi sono girata dalla parte opposta del letto, cercando invano di prendere sonno. Avevo gli occhi gonfi e la pelle secca per tutte le lacrime che avevo versato. Quando ho guardato l’orologio l’ultima volta, erano le 3 passate.

La mattina successiva mi sono svegliata e la situazione era, se possibile, peggiore. Faticavo a vedere i contorni del mio viso allo specchio, talmente la mia vista era annebbiata. Sono uscita di casa dimenticandomi di portare con me il computer aziendale. Me ne sono accorta quando ormai ero già seduta di fronte al cliente, con il quale ho dovuto improvvisare una presentazione senza capo nè coda e, a giudicare dall’espressione con con mi ha salutata al termine dell’incontro, credo che anche lui fosse di questo parere.
Aspettavo di sapere quando ci saremmo visti: solo questo mi impediva di addormentarmi sulla scrivania. Ma più passavano i minuti, più si faceva strada dentro di me una strana sensazione.
Sono passate le 14, poi le 15. Le 16. 16:30. 17.
“Tra una ventina di minuti vorrei uscire.” gli ho scritto, incapace di resistere un minuto di più.

Mi sono trattenuta un po’ più a lungo, controllando il telefono compulsivamente, anche mentre ero in bagno o in ascensore.
La risposta è arrivata tre ore dopo, quando ormai ero già a casa e cercavo di distrarmi con ogni mezzo per non pensare a Stefano e al dolore che quel silenzio stava provocando dentro di me.
“Bellina eccomi…scusa se mi faccio vivo solo ora. Ti posso chiamare?”
“Ok…” gli ho scritto subito.
“Sei pronta?”
“A cosa, Ste? Mi stai facendo impazzire ultimamente…” ho ammesso.
“Scusami…”
“Hai detto che ci saremmo visti…mi hai quasi pregata…e poi non ti fai sentire? Non riesco a capire perchè ti comporti così…proprio non ci riesco. Pazienza…cosa mi dovevi dire?”
“Il nostro progetto è stato approvato!” mi ha risposto con un’entusiamo travolgente.
“Davvero? E quando ve l’hanno comunicato?”
“Stamattina!”
“E perchè non me l’hai detto prima?”

In quel momento mi sono sentita davvero una nullità.
“Bellina, sei la prima persona a cui ho pensato quando ho letto l’email dell’università…ti basta questo?”

La verità è che non mi bastava più.
Non si può più vivere solo di belle parole, meravigliose promesse, sogni che rimangono tali e non riescono a mescolarsi con la vita reale.
Iniziavo lentamente a capirlo.

“Tutto quello che abbiamo seminato…devi pensare solo a questo Bellina. Nessuno ce lo potrà mai togliere. Qualcosa sboccerà…ne sono sicuro.”.
Stefano, al contrario, continuava il viaggio nel suo iperuranio, apparentemente indisturbato, per lo meno fino a quando, qualche giorno dopo, ne ha preso per la prima volta le distanze.

non ti occorre altro

Ho continuato a correre fino a quando, stremata, sono arrività ad una stazione dei taxi. Ho aperto la portiera del primo della fila e mi sono seduta dietro di lui, cercando di nascondere il volto.
““Dove andiamo, signorina?” mi ha chiesto la persona al volante, un uomo di mezza età con una lunga barba completamente bianca.
“Mi hanno fatto la stessa domanda qualche mese fa…” gli ho risposto.
“Beh sa, la faccio spesso…”
“Proprio identica, intendo…ma sa che, adesso che ci penso bene, ci siamo già incontrati? Era proprio lei! Che coincidenza.”
“Non è poi così grande, questa città…”
“No, mi spiego…lo dicevo perchè a distanza di mesi le risponderei nello stesso modo.”
“E cioè, come?”
Lontano…vorrei andare lontano.”
“Tutto bene? L’ho intravista mentre arrivava, mi sembrava che stesse piangendo a dirotto…quasi singhiozzando.”
“Dopo un periodo di vagabondaggio, pensavo di essere approdata sulla luna, invece forse la sto solo guardando da lontano. Inizio a pensare che non mi apparterrà mai del tutto.”
“Come si chiama?” mi ha chiesto, voltandosi per guardarmi in faccia.”
“Chi?” ho domandato a mia volta, fingendo di non capire. “Lui…lui si chiama Stefano…ma che importanza ha?” ho poi aggiunto, senza aspettare la sua risposta.
“Ero curioso.”
“E cosa le ha fatto, se posso chiedere?”
“Mi dia pure del tu…intanto avviamoci verso Porta Venezia, grazie.”
Non avevo voglia di raccontare la mia vita ad uno sconosciuto, ma sentivo il bisogno di sfogarmi e trovandomelo di fronte, così desideroso di ascoltarmi, non sono riuscita a trattenermi.
“…E questo è quanto.” ho concluso, dopo qualche minuto.”
“Sarebbe una storia normale, se non ci fosse questo sentimento così profondo, che ha trasformato entrambi, portandovi a riflettere così intensamente su voi stessi.”
“Ma lei chi è?” gli ho chiesto, sgranando gli occhi. Non capivo come potesse avere compreso perfettamente il significato delle mie parole.
“Ho una certa età e un po’ di esperienza, tutto qui.”
“Ad ogni modo non capisco perchè dopo tutti questi mesi e dopo il suo slancio iniziale, siamo ancora in questa situazione. Che fregatura.”
“Non lo è. Sapresti dire, oggi, perchè è arrivato nella tua vita?”
Per cambiarla.
“Ecco, magari era solo di passaggio per permetterti di farlo.”
Non volevo sentire nulla a riguardo: non ero pronta ad affrontare l’argomento.
“Non può essere.” ho tagliato corto.
“Continua a lavorare su te stessa e un giorno riuscirai a dare un senso a tutto, anche a questi momenti di smarrimento. E non smettere mai di guardare la luna…non ti occorre altro.

Non riuscivo ad accettare quell’amore a metà, ma allo stesso tempo sapevo di non poterne fare a meno.
Volevo scappare, ma non ero pronta a camminare da sola.
Pensavo di essere già stata completamente trasformata dal nostro rapporto ma in realtà dovevo ancora crescere e credo che fosse proprio questo il senso di quel momento.

tieniti forte

“Andiamo a festeggiare!” ha tagliato corto lui, passandomi il casco.
“Sei già convinto di avere vinto…” gli ho risposto, cercando di riportarlo con i piedi per terra.
“Non è vero, ma devo essere sincero…Da quando ci sei tu nella mia vita, mi sembra che tutto vada nelle direzione giusta. Mi sento leggero, sicuro di me stesso, a volte forse posso dare l’impressione di esserlo troppo…ma è solo perché sono guidato da un’infinità di sensazioni positive, che illuminano la mia mente. Penso a te e vedo intorno a noi una miriade di luci colorate che ci indicano la strada da percorrere. E’ quasi troppo semplice.”
“A me sembra tutto complicato invece…”
“E’ stato complicato incontrarci. Ancora di più non perderci una seconda volta. E’ stato difficile accettare che le nostre vite venissero stravolte e dovessero essere riprogrammate per far sì che ci amassimo senza limiti. Ma tutto il resto è fin troppo semplice. Una volta accettato, questo amore ti dà la forza per superare qualsiasi ostacolo.”
“Hai ragione, Ste.” è l’unica cosa che sono riuscita a dire, trattenendo le lacrime.
Però continuiamo a vederci di nascosto, avrei voluto aggiungere.
“Andiamo al nostro bar?” mi ha chiesto entusiasta.
“Sì.”
“Ti brillano gli occhi. Sei stupenda.”
Ho sorriso imbarazzata. Non mi ero ancora abituata a ricevere così tanti complimenti, c’erano momenti in cui mi sembravano quasi eccessivi, poi però lo guardavo negli occhi e capivo che era talmente sincero e spontaneo che non potevo che ritenermi estremamente e per certi versi indebitamente fortunata.
“Intendi quel bar rancido vicino alla stazione?”
“Chiaro.”
“Ok, amore mio.”
“Non si fa così.” mi ha detto avvicinandosi con le labbra alla mia fronte.
“Così come?”
“Non si dicono certe cose senza preavviso.”
“Dai, muoviti.” gli ho detto, indicando il suo motorino.”
“Muoviti? Senti questa…”
“Su, forza!”
“Non ho mai permesso a nessuno di rivolgersi a me in questo modo.”
“Io posso.” gli ho risposto, alzando il mento in segno di superiorità.
“Lo so, è proprio questo il problema, streghetta mia.”
“Non ci trovo niente di strano comunque. E’ solo una questione di confidenza e complicità.”
“Dici poco…”
“Dico tutto…”
“Già, tutto…come te.” mi ha risposto, accelerando all’improvviso.
L’ho abbracciato stringendomi a lui il più possibile. Non guardavo nemmeno la strada. Ho tenuto per tutto il tragitto la testa appoggiata alla sua schiena, gli occhi chiusi, le mani incrociate e le gambe attaccate alle sue.
“Uffa, siamo già arrivati?” gli ho chiesto quando ho capito che eravamo arrivati a destinazione.
“Sì piccolina.”
“Facciamo un altro giro.”
“E dove vorresti andare?”
Non mi importa la meta. Basta che non ti fermi.
Senza saperlo alludevo a ciò che avrei voluto facesse con la sua vita, che non si fermasse proprio in quel momento ma che proseguisse sulla strada che avevamo di fronte, uno accanto all’altra.
“Adoro portarti in giro così…ti ricordi quella sera di maggio, quando abbiamo vagato per due ore vicino a casa tua?”
“Certo che me lo ricordo…mi sembrava di volare…sognare. Volevo dire sognare. O forse proprio di volare.
“Tieniti forte.”
Mi sono stretta ancora di più a lui, mentre imboccava un grande viale a tutta velocità.
Dopo più di mezzora ci siamo fermati in un’area verde ai piedi di una palazzina di cinque piani.
“Vedi quella finestra lassù?” mi ha chiesto, puntando il dito verso l’unica con le tapparelle abbassate.
“Quella con la luce spenta?”
“Sì…”
“Quindi?” gli ho domandato, incuriosita.
“Ci abitava mia zia fino a pochi mesi fa. E’ un piccolo bilocale, sto pensando di ristrutturarlo per andarci a vivere tra qualche mese.”
“Saliamo!” ho esclamato.
“Non ho le chiavi adesso, ma ti ci porterò presto.”
L’ho guardato con occhi sognanti mentre cercavo di immaginare come potesse essere quello che speravo diventasse un giorno il nostro nido.
“Ti piace la zona?” mi ha chiesto, quasi a conferma del fatto che stessimo elaborando gli stessi pensieri.
“Non la conosco bene, ma penso proprio di sì.” gli ho risposto.
Nel frattempo aveva riacceso il motorino, pronto a partire di nuovo.
“E ora dove andiamo?”
“Vuoi girare ancora senza una meta, o preferisci sederti su un divano con un bicchiere di vino in mano?”
“Se la metti così…” gli ho risposto, allungandomi per dargli un bacio sul collo. “Ma dove dormi in questi giorni?”
“A casa di Massimo.”
“Non so chi sia.”
“Te ne ho parlato sicuramente, quel mio amico d’infanzia che lavora nella società di consulenza informatica.”
“Ah sì, ho capito.” ho detto annuendo.
“E’ partito stamattina poco prima che uscissi e starà via tutto il fine settimana…”
“Se pensi che non sia un problema, per me va benissimo Ste.”.

Dopo poco più di dieci minuti eravamo di fronte alla porta di ingresso dell’appartamento.
Ha fatto tre mandate per aprirla e mentre la spalancava per farmi entrare, ho notato un’ombra sul suo sguardo.
“Tutto ok?” gli ho chiesto, vedendolo spaventato.
“Mi sembrava di avere spento tutte le luci…”
Con il cuore in gola, mi sono bloccata per farlo passare.
“Probabilmente mi sono confuso, ho la testa per aria ultimamente.” ha cercato di giustificarsi. “Resta qui.” ha poi aggiunto.
Istintivamente ho fatto un balzo indietro e mi sono trovata sul pianerottolo.
Ho messo le mani sulle orecchie per non sentire quello che stava succedendo e sono arrivata all’ingresso del palazzo in pochi secondi, facendo tre o quattro scalini alla volta. Ho iniziato a correre in una via buia, con le lacrime che mi segnavano le guance, la borsa che sbatteva sul mio fianco ad ogni passo, le scarpe che tenevo a fatica ancorate ai miei piedi.
Mi chiedevo perché.
Perché tutto quell’amore se non lo potevo vivere appieno?
Perché Laura era lì ad aspettarlo?

vi presento un sogno

“Dopo di te…” mi ha sussurrato all’orecchio dopo essersi accorto che i ragazzi che ci avevano preceduto stavano lasciando il posto davanti ai microfoni.
“Ste, non mi mettere in difficoltà, preferirei stare seduta qui. Il progetto è tuo.”
“E’ nostro. Se non ci fossi stata tu non avrebbe mai visto la luce. Vorrei che tutti lo capissero.”
“Non lo capirebbero comunque, credimi.”
“Pensi davvero che non si noti?” mi ha chiesto, mentre riordinava distrattamente i fogli su cui aveva segnato i temi da affrontare durante il discorso.
“Cosa?”
Improvvisamente si è voltato verso di me.
“Sei tu la mia fonte di energia.” mi ha risposto, fissandomi negli occhi senza distogliere lo sguardo nonostante nel frattempo il moderatore avesse pronunciato il suo nome ad alta voce.

“Credo che tocchi a lui.” mi ha detto il ragazzo seduto al suo fianco, sporgendosi verso di me per farmi un timido cenno con la mano.
“Sì, ora andiamo.” l’ho subito rassicurato.

Mi sono voltata di nuovo verso Stefano ed ho annuito, sorridendo.
“Ti amo.” mi ha detto, cogliendomi alla sprovvista.
“Sei pazzo.”

Mentre lo seguivo sul palco sentivo il calore che mi pervadeva le guance.
“Buongiorno a tutti, mi chiamo Stefano, sono nato a Genova, ma vivo da diversi anni a Milano, dove ho avuto la fortuna di incontrare Isabella…”
“Hai fatto una dichiarazione d’amore, ti mancano le rose in mano…” ha commentato un esaminatore.
“Eccole…” ha ribattuto, portando il braccio dietro la schiena.
L’ho fulminato con lo sguardo, incredula e sempre più accaldata.
“Sto scherzando, non ti preoccupare.” mi ha detto, invitandomi a salire sull’ultimo gradino.
“Buongiorno…” ho salutato a mia volta, senza alzare gli occhi dal pavimento, ma con un sorriso timido che iniziava a comparire sulle mie labbra.
Ci siamo scambiati un cenno di intesa e subito dopo Stefano ha preso la parola.
Vi presento un sogno.” ha detto con orgoglio, facendo comparire la prima slide della presentazione.
Ha iniziato a raccontare il progetto con lo sguardo fisso nella mia direzione. Sembrava non riuscire a staccarmi gli occhi di dosso, sebbene non potessi dire che fosse poco concentrato. Parlava con la lucidità che mi sembrava avesse perso nel corso delle ultime settimane e che invece, quel giorno, lo stava guidando verso un grande traguardo. Il pubblico annuiva convinto, sembrava quasi spronarlo ad andare avanti, ascoltava le sue parole e nel frattempo osservava me, forse chiedendosi quale fosse la nostra storia e quale sarebbe stato il nostro destino.
Trovarci è stato tutto fuorché semplice, ma è stata la nostra più grande fortuna, avrei voluto dire loro. E così annuivo anch’io, osservando Stefano con un sentimento che riempiva ogni spazio del mio corpo, senza appesantirlo ma, al contrario, facendolo sentire leggero, sensibile, puro.

“Vorrei tornare in Italia e partire con questo progetto appena possibile.” ha concluso.
“Perché non negli Stati Uniti?” ha domandato un ragazzo seduto in prima fila.
“Nonostante tutto, credo molto nelle potenzialità di questo Paese e sono pronto a rischiare. E’ il sogno della mia vita.”
“E poi qui c’è Isabella.” ha aggiunto un altro. “Ma magari lei ti seguirebbe anche a Boston.”
Spiazzata più dai toni informali, nettamente in contrasto con quelli utilizzati nei precedenti colloqui, che dalla frase, ho risposto “Certo. Dappertutto.”, lasciando Stefano interdetto. Credo che non si aspettasse una mia reazione così spavalda.

“Grazie ragazzi, vi comunicheremo a breve il verdetto. Sicuramente avete lasciato il segno.” ci ha detto poco dopo un potenziale investitore. “Il team è fondamentale in un progetto. E voi siete una coppia speciale. Scommetto che se ne sono accorti tutti quelli che sono entrati in contatto con voi. Anzi, ne ho la certezza. Vi invidio molto, sapete? Anch’io avevo trovato una persona…anzi, la persona. Ma le cose non sono andate come speravamo. Visto che abbiamo parlato di tecnologia fino a poco fa, posso dire che occorre riprogrammare la propria vita per farci guidare dai sentimenti più veri. Noi non siamo stati in grado di farlo: pensavamo che fosse più semplice, ma l’entusiasmo iniziale è presto svanito: sono bastate le prime difficoltà, i primi fantasmi del passato riapparsi all’improvviso, i primi problemi che credevamo essere risolti e che invece sono tornati a fare capolino. Vi auguro il meglio.”
“Grazie.” abbiamo risposto in coro.

Siamo rimasti in silenzio durante tutto il tragitto che ci ha portati fuori dall’università.
“Chissà chi era quel tipo.” ha sussurrato Stefano accendendosi una sigaretta.
“Non avevi smesso di fumare?” gli ho chiesto, alzando gli occhi al cielo.
“Sì lo so, sono un cretino. Ma ne ho bisogno in questo momento.”
“Sai come la penso. Comunque non ho idea di chi fosse. Ho notato che ci osservava con attenzione. Sarei curiosa di ascoltare la sua storia.”
“La sua, quella del ragazzo appoggiato al muretto, quella di questo che attraversa la strada…esiste un racconto che non saresti curiosa di ascoltare?”
“A dire il vero no.” gli ho risposto, divertita.
“Incrociamo le dita, Bellina. Se scelgono il nostro progetto, potrebbe cambiare tutto…”
“Lo spero.” ho risposto, sospirando.

Ero così coinvolta fisicamente ed emotivamente nel nostro rapporto che non riuscivo più a distinguere ciò che era mio, suo e nostro. Quel lavoro – o forse dovrei chiamarlo sogno – di cui mi aveva resa così partecipe e in cui mi ero buttata a capofitto, era effettivamente anche mio? E quindi nostro? O solo suo?
La risposta che darei oggi è completamente diversa da quella che avrei dato allora.
Per me esisteva solo un noi.
Speravo che ricevesse il finanziamento perché pensavo che in quel modo tutti i problemi si sarebbero risolti: sarebbe tornato a Milano, avremmo iniziato a lavorare insieme, ci saremmo sposati, avremmo fatto una famiglia.
In tutto questo io dov’ero? Semplice, non c’ero.

Dovevo ancora imparare a prendermi cura dei miei sogni.


[Benedetta]
Per scrivere questo post ho preso spunto da una foto che ho pubblicato su Facebook sei anni fa.
Vagavo pensierosa per le vie di New York in cerca di un segnale, quando mi sono imbattuta in questo messaggio di un artista – James De La Vega – che in quel periodo si aggirava nella zona in cui vivevo. L’ho fissato incantata per qualche minuto, ho scattato la foto ed ho proseguito la mia passeggiata.

Solo oggi ne capisco il significato.
Tutto sommato è facile parlare di sogni: un viaggio, un figlio, un titolo di studio, un successo in ambito lavorativo. Molto più difficile è parlare “del” sogno: credo che become your dream si riferisse a questo.
Come voglio essere (chi sono)? Come voglio crescere? Come voglio vivere? Sto diventando quello che sognavo?
Sono queste le domande che dovremmo porci di tanto in tanto.
Io l’ho fatto l’altro giorno, quando ho ritrovato la foto.
Ho capito che sei anni fa mi mancava la consapevolezza – avevo tanti sogni pratici, ma non avevo mai pensato a cosa desiderassi davvero per me e per il mio futuro. Forse perché non mi era chiaro chi fossi io…perché è proprio da qui che parte tutto.

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