mano nella mano

“Comunque fammi sapere quando possiamo vederci.” ho tagliato corto.
“Domani?”
“Va bene. Mi dirai tu a che ora, mi tengo libera dopo il lavoro.”
“Perfetto, te lo dico subito: ci possiamo vedere verso le 19.”
“Passi a prendermi in ufficio? Altrimenti ti raggiungo verso le 19.30.”
“Certo Bellina, vengo in motorino.”
“Ok. Buona serata allora.”

Non gli ho chiesto cosa avesse in programma per la serata perchè immaginavo che la passasse con sua moglie. In realtà non sono riuscita a capire se fosse effettivamente così perchè ha continuato a scrivermi senza sosta, anche durante la notte.
“Nessuno ci potrà mai togliere tutto questo, ricordartelo. E’ per sempre.” sono state le ultime parole che ho letto prima di addormentarmi. Gli ho risposto la mattina successiva.
Un Amore così merita di essere libero di crescere, di evolversi, di maturare e perchè no, anche portarci a commettere qualche errore.”
“Purtroppo Bellina ho la sensazione di essere in un labirinto in questo momento.” ha ammesso. “Sto cercando un modo per uscirne e solo tu mi puoi guidare. Per questo ti chiedo sempre di non abbandonarmi.”
“Il peggio dovrebbe essere passato però, non credi?”
“Non lo so…ho paura di ritrovarmi con un pugno di mosche.”
“Ti riferisci alla ricerca? Hanno appena approvato il primo progetto che hai presentato!”
“Sì, ma sai…è solo l’inizio. La strada è ancora lunga…”
Un passo alla volta…”
E a mano a mano…vedrai che nel tempo…
“La canta sempre mia mamma!” ho esclamato, sorpresa per la coincidenza.
“Anche la mia.”
“A mano a mano quindi…e dove si arriva?”
“A mano a mano non lo so…mano nella mano dove vogliamo.

Ho cancellato tutta la conversazione mentre facevo gli ultimi gradini che portavano all’ingresso dell’appartamento.
“Ciao Gabry.” gli ho detto, aprendo la porta e trovandomelo di fronte.
Non avendo ricevuto alcuna risposta, ho continuato: “Tra venti minuti tolgo il disturbo.”.
Ero passata a prendere due valigie di vestiti invernali che avevo lasciato lì per mancanza di spazio nel minuscolo bilocale che stavo condividendo con la mia amica e che non avevo riportato a Firenze sapendo che mi sarebbero serviti di lì a poco.
Dopo avermi minacciata di coinvolgere un avvocato per farmi la guerra, avevamo trovato un accordo quasi pacifico: svuotare l’appartamento, metterlo subito in vendita e provare a salutarsi dignitosamente. Nel giro di due settimane avevamo trovato un acquirente disposto a comprare il pacchetto completo – casa, mobili e box. Così quel giorno avevo preso un permesso in ufficio per portare via le ultime cose e non nascondo che, da qualche parte dentro di me, provavo anche un minimo desiderio di rivedere Gabriele. Dopotutto, avevo condiviso con lui quasi un terzo della mia vita e – sebbene il distacco avesse portato con sè una sensazione di libertà più che di sconforto – era strano pensare che non ne facesse più parte in alcun modo.

“Come stai?” gli ho chiesto, dopo aver chiuso la seconda valigia, facendogli capire che me ne sarei andata nel giro di qualche minuto.
“Tutto ok.”
“Anch’io.” gli ho risposto, nonostante non mi avesse chiesto nulla. “Il lavoro?”
“Bene…mi hanno spostato in un altro reparto. Tra due settimane mi trasferisco a Parigi.”
“In che senso?”
“Nell’unico possibile, Isa…”

Mi ha guardata negli occhi dopo così tanto tempo che mi è sembrato di incrociarli per la prima volta. Nei suoi ho visto tanta rabbia, ma anche una profonda tristezza, quella che forse era mancata nei nostri ultimi incontri, che si erano sempre conclusi nel peggiore dei modi.
“Mi dispiace Gabry. Quando capirai che non devi colpevolizzare solo me, forse troverai un po’ di pace.”
“Chi ti ha detto che non l’abbia già trovata?” mi ha chiesto. “E poi non vedo di chi altro possano essere i responsabili, oltre a te e alla persona con cui mi hai tradito.”
“Ma cosa stai dicendo!” ho esclamato, cercando di mascherare la paura che si era impossessata di me. Sapevo che avesse dei sospetti, ma ero certa che non fosse venuto a conoscenza di nulla e questo, in parte, mi tranquillizzava.
“Comunque sto uscendo con una ragazza.”
“Sei il solito stronzo. Per un attimo ho avuto l’impressione che fossi dispiaciuto di questa situazione, ma è evidente che il tuo orgoglio e la tua immaturità sono riusciti ad avere la meglio anche oggi.”
“Sono solo sincero…perchè, tu non hai già iniziato a frequentare qualcuno? Non perdere tempo…sai, l’orologio biologico e tutti quei discorsi hanno un fondo di verità.”
“Per ora mi basta aver capito esattamente cosa non voglio in un uomo e cosa ho sbagliato fino a qualche settimana fa. Credo sia un ottimo punto di partenza. Invece a quanto pare a te questa storia non ha insegnato nulla.”
“Mi ha confermato che ho sempre fatto bene a non fidarmi del tutto di te e che bisogna sempre tenere le donne sulle spine, altrimenti questo è il risultato.”
“Complimenti. Buona vita allora.”.

Sono uscita sbattendo la porta di casa, consapevole del fatto che non si meritasse le mie lacrime, ma troppo nervosa per riuscire a trattanerle. Sul marciapiede di fronte all’ingresso del palazzo ho incontrato Marco, il mio capo, che ancora una volta si trovava al posto giusto nel momento giusto e senza chiedermi nulla, ha preso entrambe le valigie e si è diretto verso un bar lì vicino.
“E’ finita. Cerca di voltare pagina.” mi ha detto davanti ad un caffè.
“Non capisco perchè mi tratti così.”
“Sei sicura che è questo il motivo per cui stai piangendo?”
“Sì.”
“Sicura sicura?”
“No.” ho fatto un respiro profondo e poi ho aggiunto: “Non accetto l’idea di aver commesso così tanti errori in questi anni e di avergli permesso di aver dato alla mia vita una direzione che non desideravo.”
“C’è chi se ne accorge troppo tardi…ti puoi ritenere fortunata.”
“Sempre di errori si tratta.”
“L’importante è averlo capito. Ora non ti resta che proseguire su questa strada.

Mentre giravo il cucchiaio nella tazzina di caffè ormai vuota pensavo a quanto fossi cambiata nell’ultimo periodo.
Avevo imparato cosa fosse l’amor proprio, che nella fase iniziale appare come uno strano alternarsi di costrizione e libertà.
Ti porta a riconoscere tutto ciò che blocca, limita ed altera la vera essenza della tua personalità e, mano a mano che te ne liberi (e quasi senza accorgertene), ti porta a compiere il percorso di crescita più importante, che io ho avuto la fortuna di fare per un po’ di tempo in compagnia.

qualcosa sboccerà

Non volevo rispondere.
Probabilmente se non si fosse trattato di lui avrei ignorato la telefonata. A pensarci bene, sarei proprio sparita, per lo meno per qualche ora.
Ma mentre guardavo il suo nome sullo schermo del cellulare e cercavo di resistere alla tentazione di rispondere, dentro di me sapevo che era solo questione di attimi. Stefano era diverso e non poteva ricevere lo stesso trattamento che avrei riservato a chiunque altro.
“Dimmi, Ste.” gli ho detto, con la voce di chi sapeva di averlo già perdonato.
“Bellina, ti chiedo scusa. Sono mortificato. Tu non ti meriti questo.”
“Neanche tu.” ho ribattuto, con maggiore convinzione.
“Lo so…sono un disastro…ma ti prometto che risolgerò.”
“Non capisco quale sia il problema, ad ogni modo mi fido e…lo spero per te. Sei irriconoscibile ultimamente.”
“Ho la testa distrutta. Sono confuso, dormo poco e male, passo la notte a farmi domande di ogni genere…ho una miriade di preoccupazioni. Ci vediamo domani? Ti prego…”
“Non mi devi pregare. Ci sono sempre, lo sai…” gli ho detto, cercando di rassicurarlo.
“Scusa ancora per quello che è successo. Non immaginavo che lei…”
“Non voglio sapere nulla.” l’ho subito interrotto. “Ti ho chiesto una sola cosa.”
“Cioè?”
“Te l’ho detto più volte, Ste. Non voglio fare l’amante. E’ l’unica cosa che può farmi allontanare da te.”
“Non dirlo neanche per scherzo. Però cerca di capirmi, come io ho fatto con te…”
“Se non ci stessi provando, ti assicuro che non saremmo al telefono in questo momento.”
“Non sopporto di vedere che soffre per colpa mia.”
“Credo che, in linea di massima, a nessuno piaccia fare del male ad una persona.”
“Certo, ma a lei avevo fatto una promessa.”
“Ne fai parecchie, a quanto pare.” ho risposto con ironia.
“Ti prego Bellina, non mi aggredire. Hai tutte le ragioni del mondo e so che sto sbagliando nei confronti di tutti: tuoi, suoi e persino miei. Però non mi abbandonare proprio ora…Sto camminando al buio.” mi ha supplicata.
“Dai, stai tranquillo…”
“E tu sei la mia luce.” ha continuato. “Mi nutro della linfa dell’Amore che provo per te.”
“Non so cosa dire, Ste.”
“Sono un disastro, vero?”
“Sì, ma un disastro stupendo.”
“Sei unica. Dimmi che ci possiamo vedere domani.”
“Certo…vengo da te dopo il lavoro?”
“Va bene…”
“Oppure ti andrebbe di passare nel mio ufficio?”
“Da quando hai un ufficio a Milano?”
“Precisamente da domani…dai, sarebbe fantastico. Vorrei farti vedere alcune novità.”

Fino a qualche settimana prima era solito parlarmi dei suoi progetti molto prima che si materializzassero, anzi quando erano ancora pensieri confusi nella sua mente, e non riuscivo proprio ad abituarmi a quella nuova situazione: di dover ascoltare un fatto compiuto.
“Di che tipo?” ho chiesto.
“Ho messo sul tavolo tre nuove idee, ci sto lavorando da un mese. Sono già a buon punto e vorrei il tuo parere.”
“C-certo.” ho risposto, cercando di nascondere lo sconforto. Non riuscivo a capire se non si rendesse conto di quanto fosse cambiato nell’ultimo periodo e non avevo il coraggio di farglielo notare, se non con qualche timida battuta.
“Ok. Domani ci accordiamo allora.”
“Riposati, Bellina. Scusa ancora. Te lo sussurrerò all’orecchio tutta la notte.”
“Ciao Ste.”

Ho spento il telefono e mi sono girata dalla parte opposta del letto, cercando invano di prendere sonno. Avevo gli occhi gonfi e la pelle secca per tutte le lacrime che avevo versato. Quando ho guardato l’orologio l’ultima volta, erano le 3 passate.

La mattina successiva mi sono svegliata e la situazione era, se possibile, peggiore. Faticavo a vedere i contorni del mio viso allo specchio, talmente la mia vista era annebbiata. Sono uscita di casa dimenticandomi di portare con me il computer aziendale. Me ne sono accorta quando ormai ero già seduta di fronte al cliente, con il quale ho dovuto improvvisare una presentazione senza capo nè coda e, a giudicare dall’espressione con con mi ha salutata al termine dell’incontro, credo che anche lui fosse di questo parere.
Aspettavo di sapere quando ci saremmo visti: solo questo mi impediva di addormentarmi sulla scrivania. Ma più passavano i minuti, più si faceva strada dentro di me una strana sensazione.
Sono passate le 14, poi le 15. Le 16. 16:30. 17.
“Tra una ventina di minuti vorrei uscire.” gli ho scritto, incapace di resistere un minuto di più.

Mi sono trattenuta un po’ più a lungo, controllando il telefono compulsivamente, anche mentre ero in bagno o in ascensore.
La risposta è arrivata tre ore dopo, quando ormai ero già a casa e cercavo di distrarmi con ogni mezzo per non pensare a Stefano e al dolore che quel silenzio stava provocando dentro di me.
“Bellina eccomi…scusa se mi faccio vivo solo ora. Ti posso chiamare?”
“Ok…” gli ho scritto subito.
“Sei pronta?”
“A cosa, Ste? Mi stai facendo impazzire ultimamente…” ho ammesso.
“Scusami…”
“Hai detto che ci saremmo visti…mi hai quasi pregata…e poi non ti fai sentire? Non riesco a capire perchè ti comporti così…proprio non ci riesco. Pazienza…cosa mi dovevi dire?”
“Il nostro progetto è stato approvato!” mi ha risposto con un’entusiamo travolgente.
“Davvero? E quando ve l’hanno comunicato?”
“Stamattina!”
“E perchè non me l’hai detto prima?”

In quel momento mi sono sentita davvero una nullità.
“Bellina, sei la prima persona a cui ho pensato quando ho letto l’email dell’università…ti basta questo?”

La verità è che non mi bastava più.
Non si può più vivere solo di belle parole, meravigliose promesse, sogni che rimangono tali e non riescono a mescolarsi con la vita reale.
Iniziavo lentamente a capirlo.

“Tutto quello che abbiamo seminato…devi pensare solo a questo Bellina. Nessuno ce lo potrà mai togliere. Qualcosa sboccerà…ne sono sicuro.”.
Stefano, al contrario, continuava il viaggio nel suo iperuranio, apparentemente indisturbato, per lo meno fino a quando, qualche giorno dopo, ne ha preso per la prima volta le distanze.

non ti occorre altro

Ho continuato a correre fino a quando, stremata, sono arrività ad una stazione dei taxi. Ho aperto la portiera del primo della fila e mi sono seduta dietro di lui, cercando di nascondere il volto.
““Dove andiamo, signorina?” mi ha chiesto la persona al volante, un uomo di mezza età con una lunga barba completamente bianca.
“Mi hanno fatto la stessa domanda qualche mese fa…” gli ho risposto.
“Beh sa, la faccio spesso…”
“Proprio identica, intendo…ma sa che, adesso che ci penso bene, ci siamo già incontrati? Era proprio lei! Che coincidenza.”
“Non è poi così grande, questa città…”
“No, mi spiego…lo dicevo perchè a distanza di mesi le risponderei nello stesso modo.”
“E cioè, come?”
Lontano…vorrei andare lontano.”
“Tutto bene? L’ho intravista mentre arrivava, mi sembrava che stesse piangendo a dirotto…quasi singhiozzando.”
“Dopo un periodo di vagabondaggio, pensavo di essere approdata sulla luna, invece forse la sto solo guardando da lontano. Inizio a pensare che non mi apparterrà mai del tutto.”
“Come si chiama?” mi ha chiesto, voltandosi per guardarmi in faccia.”
“Chi?” ho domandato a mia volta, fingendo di non capire. “Lui…lui si chiama Stefano…ma che importanza ha?” ho poi aggiunto, senza aspettare la sua risposta.
“Ero curioso.”
“E cosa le ha fatto, se posso chiedere?”
“Mi dia pure del tu…intanto avviamoci verso Porta Venezia, grazie.”
Non avevo voglia di raccontare la mia vita ad uno sconosciuto, ma sentivo il bisogno di sfogarmi e trovandomelo di fronte, così desideroso di ascoltarmi, non sono riuscita a trattenermi.
“…E questo è quanto.” ho concluso, dopo qualche minuto.”
“Sarebbe una storia normale, se non ci fosse questo sentimento così profondo, che ha trasformato entrambi, portandovi a riflettere così intensamente su voi stessi.”
“Ma lei chi è?” gli ho chiesto, sgranando gli occhi. Non capivo come potesse avere compreso perfettamente il significato delle mie parole.
“Ho una certa età e un po’ di esperienza, tutto qui.”
“Ad ogni modo non capisco perchè dopo tutti questi mesi e dopo il suo slancio iniziale, siamo ancora in questa situazione. Che fregatura.”
“Non lo è. Sapresti dire, oggi, perchè è arrivato nella tua vita?”
Per cambiarla.
“Ecco, magari era solo di passaggio per permetterti di farlo.”
Non volevo sentire nulla a riguardo: non ero pronta ad affrontare l’argomento.
“Non può essere.” ho tagliato corto.
“Continua a lavorare su te stessa e un giorno riuscirai a dare un senso a tutto, anche a questi momenti di smarrimento. E non smettere mai di guardare la luna…non ti occorre altro.

Non riuscivo ad accettare quell’amore a metà, ma allo stesso tempo sapevo di non poterne fare a meno.
Volevo scappare, ma non ero pronta a camminare da sola.
Pensavo di essere già stata completamente trasformata dal nostro rapporto ma in realtà dovevo ancora crescere e credo che fosse proprio questo il senso di quel momento.

tieniti forte

“Andiamo a festeggiare!” ha tagliato corto lui, passandomi il casco.
“Sei già convinto di avere vinto…” gli ho risposto, cercando di riportarlo con i piedi per terra.
“Non è vero, ma devo essere sincero…Da quando ci sei tu nella mia vita, mi sembra che tutto vada nelle direzione giusta. Mi sento leggero, sicuro di me stesso, a volte forse posso dare l’impressione di esserlo troppo…ma è solo perché sono guidato da un’infinità di sensazioni positive, che illuminano la mia mente. Penso a te e vedo intorno a noi una miriade di luci colorate che ci indicano la strada da percorrere. E’ quasi troppo semplice.”
“A me sembra tutto complicato invece…”
“E’ stato complicato incontrarci. Ancora di più non perderci una seconda volta. E’ stato difficile accettare che le nostre vite venissero stravolte e dovessero essere riprogrammate per far sì che ci amassimo senza limiti. Ma tutto il resto è fin troppo semplice. Una volta accettato, questo amore ti dà la forza per superare qualsiasi ostacolo.”
“Hai ragione, Ste.” è l’unica cosa che sono riuscita a dire, trattenendo le lacrime.
Però continuiamo a vederci di nascosto, avrei voluto aggiungere.
“Andiamo al nostro bar?” mi ha chiesto entusiasta.
“Sì.”
“Ti brillano gli occhi. Sei stupenda.”
Ho sorriso imbarazzata. Non mi ero ancora abituata a ricevere così tanti complimenti, c’erano momenti in cui mi sembravano quasi eccessivi, poi però lo guardavo negli occhi e capivo che era talmente sincero e spontaneo che non potevo che ritenermi estremamente e per certi versi indebitamente fortunata.
“Intendi quel bar rancido vicino alla stazione?”
“Chiaro.”
“Ok, amore mio.”
“Non si fa così.” mi ha detto avvicinandosi con le labbra alla mia fronte.
“Così come?”
“Non si dicono certe cose senza preavviso.”
“Dai, muoviti.” gli ho detto, indicando il suo motorino.”
“Muoviti? Senti questa…”
“Su, forza!”
“Non ho mai permesso a nessuno di rivolgersi a me in questo modo.”
“Io posso.” gli ho risposto, alzando il mento in segno di superiorità.
“Lo so, è proprio questo il problema, streghetta mia.”
“Non ci trovo niente di strano comunque. E’ solo una questione di confidenza e complicità.”
“Dici poco…”
“Dico tutto…”
“Già, tutto…come te.” mi ha risposto, accelerando all’improvviso.
L’ho abbracciato stringendomi a lui il più possibile. Non guardavo nemmeno la strada. Ho tenuto per tutto il tragitto la testa appoggiata alla sua schiena, gli occhi chiusi, le mani incrociate e le gambe attaccate alle sue.
“Uffa, siamo già arrivati?” gli ho chiesto quando ho capito che eravamo arrivati a destinazione.
“Sì piccolina.”
“Facciamo un altro giro.”
“E dove vorresti andare?”
Non mi importa la meta. Basta che non ti fermi.
Senza saperlo alludevo a ciò che avrei voluto facesse con la sua vita, che non si fermasse proprio in quel momento ma che proseguisse sulla strada che avevamo di fronte, uno accanto all’altra.
“Adoro portarti in giro così…ti ricordi quella sera di maggio, quando abbiamo vagato per due ore vicino a casa tua?”
“Certo che me lo ricordo…mi sembrava di volare…sognare. Volevo dire sognare. O forse proprio di volare.
“Tieniti forte.”
Mi sono stretta ancora di più a lui, mentre imboccava un grande viale a tutta velocità.
Dopo più di mezzora ci siamo fermati in un’area verde ai piedi di una palazzina di cinque piani.
“Vedi quella finestra lassù?” mi ha chiesto, puntando il dito verso l’unica con le tapparelle abbassate.
“Quella con la luce spenta?”
“Sì…”
“Quindi?” gli ho domandato, incuriosita.
“Ci abitava mia zia fino a pochi mesi fa. E’ un piccolo bilocale, sto pensando di ristrutturarlo per andarci a vivere tra qualche mese.”
“Saliamo!” ho esclamato.
“Non ho le chiavi adesso, ma ti ci porterò presto.”
L’ho guardato con occhi sognanti mentre cercavo di immaginare come potesse essere quello che speravo diventasse un giorno il nostro nido.
“Ti piace la zona?” mi ha chiesto, quasi a conferma del fatto che stessimo elaborando gli stessi pensieri.
“Non la conosco bene, ma penso proprio di sì.” gli ho risposto.
Nel frattempo aveva riacceso il motorino, pronto a partire di nuovo.
“E ora dove andiamo?”
“Vuoi girare ancora senza una meta, o preferisci sederti su un divano con un bicchiere di vino in mano?”
“Se la metti così…” gli ho risposto, allungandomi per dargli un bacio sul collo. “Ma dove dormi in questi giorni?”
“A casa di Massimo.”
“Non so chi sia.”
“Te ne ho parlato sicuramente, quel mio amico d’infanzia che lavora nella società di consulenza informatica.”
“Ah sì, ho capito.” ho detto annuendo.
“E’ partito stamattina poco prima che uscissi e starà via tutto il fine settimana…”
“Se pensi che non sia un problema, per me va benissimo Ste.”.

Dopo poco più di dieci minuti eravamo di fronte alla porta di ingresso dell’appartamento.
Ha fatto tre mandate per aprirla e mentre la spalancava per farmi entrare, ho notato un’ombra sul suo sguardo.
“Tutto ok?” gli ho chiesto, vedendolo spaventato.
“Mi sembrava di avere spento tutte le luci…”
Con il cuore in gola, mi sono bloccata per farlo passare.
“Probabilmente mi sono confuso, ho la testa per aria ultimamente.” ha cercato di giustificarsi. “Resta qui.” ha poi aggiunto.
Istintivamente ho fatto un balzo indietro e mi sono trovata sul pianerottolo.
Ho messo le mani sulle orecchie per non sentire quello che stava succedendo e sono arrivata all’ingresso del palazzo in pochi secondi, facendo tre o quattro scalini alla volta. Ho iniziato a correre in una via buia, con le lacrime che mi segnavano le guance, la borsa che sbatteva sul mio fianco ad ogni passo, le scarpe che tenevo a fatica ancorate ai miei piedi.
Mi chiedevo perché.
Perché tutto quell’amore se non lo potevo vivere appieno?
Perché Laura era lì ad aspettarlo?

vi presento un sogno

“Dopo di te…” mi ha sussurrato all’orecchio dopo essersi accorto che i ragazzi che ci avevano preceduto stavano lasciando il posto davanti ai microfoni.
“Ste, non mi mettere in difficoltà, preferirei stare seduta qui. Il progetto è tuo.”
“E’ nostro. Se non ci fossi stata tu non avrebbe mai visto la luce. Vorrei che tutti lo capissero.”
“Non lo capirebbero comunque, credimi.”
“Pensi davvero che non si noti?” mi ha chiesto, mentre riordinava distrattamente i fogli su cui aveva segnato i temi da affrontare durante il discorso.
“Cosa?”
Improvvisamente si è voltato verso di me.
“Sei tu la mia fonte di energia.” mi ha risposto, fissandomi negli occhi senza distogliere lo sguardo nonostante nel frattempo il moderatore avesse pronunciato il suo nome ad alta voce.

“Credo che tocchi a lui.” mi ha detto il ragazzo seduto al suo fianco, sporgendosi verso di me per farmi un timido cenno con la mano.
“Sì, ora andiamo.” l’ho subito rassicurato.

Mi sono voltata di nuovo verso Stefano ed ho annuito, sorridendo.
“Ti amo.” mi ha detto, cogliendomi alla sprovvista.
“Sei pazzo.”

Mentre lo seguivo sul palco sentivo il calore che mi pervadeva le guance.
“Buongiorno a tutti, mi chiamo Stefano, sono nato a Genova, ma vivo da diversi anni a Milano, dove ho avuto la fortuna di incontrare Isabella…”
“Hai fatto una dichiarazione d’amore, ti mancano le rose in mano…” ha commentato un esaminatore.
“Eccole…” ha ribattuto, portando il braccio dietro la schiena.
L’ho fulminato con lo sguardo, incredula e sempre più accaldata.
“Sto scherzando, non ti preoccupare.” mi ha detto, invitandomi a salire sull’ultimo gradino.
“Buongiorno…” ho salutato a mia volta, senza alzare gli occhi dal pavimento, ma con un sorriso timido che iniziava a comparire sulle mie labbra.
Ci siamo scambiati un cenno di intesa e subito dopo Stefano ha preso la parola.
Vi presento un sogno.” ha detto con orgoglio, facendo comparire la prima slide della presentazione.
Ha iniziato a raccontare il progetto con lo sguardo fisso nella mia direzione. Sembrava non riuscire a staccarmi gli occhi di dosso, sebbene non potessi dire che fosse poco concentrato. Parlava con la lucidità che mi sembrava avesse perso nel corso delle ultime settimane e che invece, quel giorno, lo stava guidando verso un grande traguardo. Il pubblico annuiva convinto, sembrava quasi spronarlo ad andare avanti, ascoltava le sue parole e nel frattempo osservava me, forse chiedendosi quale fosse la nostra storia e quale sarebbe stato il nostro destino.
Trovarci è stato tutto fuorché semplice, ma è stata la nostra più grande fortuna, avrei voluto dire loro. E così annuivo anch’io, osservando Stefano con un sentimento che riempiva ogni spazio del mio corpo, senza appesantirlo ma, al contrario, facendolo sentire leggero, sensibile, puro.

“Vorrei tornare in Italia e partire con questo progetto appena possibile.” ha concluso.
“Perché non negli Stati Uniti?” ha domandato un ragazzo seduto in prima fila.
“Nonostante tutto, credo molto nelle potenzialità di questo Paese e sono pronto a rischiare. E’ il sogno della mia vita.”
“E poi qui c’è Isabella.” ha aggiunto un altro. “Ma magari lei ti seguirebbe anche a Boston.”
Spiazzata più dai toni informali, nettamente in contrasto con quelli utilizzati nei precedenti colloqui, che dalla frase, ho risposto “Certo. Dappertutto.”, lasciando Stefano interdetto. Credo che non si aspettasse una mia reazione così spavalda.

“Grazie ragazzi, vi comunicheremo a breve il verdetto. Sicuramente avete lasciato il segno.” ci ha detto poco dopo un potenziale investitore. “Il team è fondamentale in un progetto. E voi siete una coppia speciale. Scommetto che se ne sono accorti tutti quelli che sono entrati in contatto con voi. Anzi, ne ho la certezza. Vi invidio molto, sapete? Anch’io avevo trovato una persona…anzi, la persona. Ma le cose non sono andate come speravamo. Visto che abbiamo parlato di tecnologia fino a poco fa, posso dire che occorre riprogrammare la propria vita per farci guidare dai sentimenti più veri. Noi non siamo stati in grado di farlo: pensavamo che fosse più semplice, ma l’entusiasmo iniziale è presto svanito: sono bastate le prime difficoltà, i primi fantasmi del passato riapparsi all’improvviso, i primi problemi che credevamo essere risolti e che invece sono tornati a fare capolino. Vi auguro il meglio.”
“Grazie.” abbiamo risposto in coro.

Siamo rimasti in silenzio durante tutto il tragitto che ci ha portati fuori dall’università.
“Chissà chi era quel tipo.” ha sussurrato Stefano accendendosi una sigaretta.
“Non avevi smesso di fumare?” gli ho chiesto, alzando gli occhi al cielo.
“Sì lo so, sono un cretino. Ma ne ho bisogno in questo momento.”
“Sai come la penso. Comunque non ho idea di chi fosse. Ho notato che ci osservava con attenzione. Sarei curiosa di ascoltare la sua storia.”
“La sua, quella del ragazzo appoggiato al muretto, quella di questo che attraversa la strada…esiste un racconto che non saresti curiosa di ascoltare?”
“A dire il vero no.” gli ho risposto, divertita.
“Incrociamo le dita, Bellina. Se scelgono il nostro progetto, potrebbe cambiare tutto…”
“Lo spero.” ho risposto, sospirando.

Ero così coinvolta fisicamente ed emotivamente nel nostro rapporto che non riuscivo più a distinguere ciò che era mio, suo e nostro. Quel lavoro – o forse dovrei chiamarlo sogno – di cui mi aveva resa così partecipe e in cui mi ero buttata a capofitto, era effettivamente anche mio? E quindi nostro? O solo suo?
La risposta che darei oggi è completamente diversa da quella che avrei dato allora.
Per me esisteva solo un noi.
Speravo che ricevesse il finanziamento perché pensavo che in quel modo tutti i problemi si sarebbero risolti: sarebbe tornato a Milano, avremmo iniziato a lavorare insieme, ci saremmo sposati, avremmo fatto una famiglia.
In tutto questo io dov’ero? Semplice, non c’ero.

Dovevo ancora imparare a prendermi cura dei miei sogni.


[Benedetta]
Per scrivere questo post ho preso spunto da una foto che ho pubblicato su Facebook sei anni fa.
Vagavo pensierosa per le vie di New York in cerca di un segnale, quando mi sono imbattuta in questo messaggio di un artista – James De La Vega – che in quel periodo si aggirava nella zona in cui vivevo. L’ho fissato incantata per qualche minuto, ho scattato la foto ed ho proseguito la mia passeggiata.

Solo oggi ne capisco il significato.
Tutto sommato è facile parlare di sogni: un viaggio, un figlio, un titolo di studio, un successo in ambito lavorativo. Molto più difficile è parlare “del” sogno: credo che become your dream si riferisse a questo.
Come voglio essere (chi sono)? Come voglio crescere? Come voglio vivere? Sto diventando quello che sognavo?
Sono queste le domande che dovremmo porci di tanto in tanto.
Io l’ho fatto l’altro giorno, quando ho ritrovato la foto.
Ho capito che sei anni fa mi mancava la consapevolezza – avevo tanti sogni pratici, ma non avevo mai pensato a cosa desiderassi davvero per me e per il mio futuro. Forse perché non mi era chiaro chi fossi io…perché è proprio da qui che parte tutto.

play

La mattina successiva, prima ancora di accendere la luce nella stanza, sentivo già le palpebre pesanti. Non avevo dormito poche ore, ma mi ero svegliata più volte nel corso della notte. Mi sono trascinata in bagno per guardarmi allo specchio e cercare le forze per affrontare quella che senza dubbio sarebbe stata la prima di due lunghe giornate di lavoro.
Iniziavo con una riunione alle 8, alla quale cui sarebbero seguiti altri due, tre, quattro o chissà quanti incontri con i nostri colleghi dei principali uffici europei e nord americani. E per finire aperitivo, cena, dopocena. E il giorno successivo la storia si sarebbe ripetuta, con altri capi, su argomenti che non mi ero nemmeno presa la briga di approfondire.

Ho fatto colazione sulle note di Stereo Love, senza nemmeno sedermi, per paura di addormentarmi sul tavolo. Quella canzone mi faceva compagnia da diversi mesi. L’avevo salvata nella playlist “Bellina”, che ascoltavo in loop dalla mattina alla sera, soprattutto nei giorni più difficili, quando avrei voluto spegnere il cervello e mettere in pausa il tempo, perchè mi sembrava scorresse troppo in fretta,  o meglio – più velocemente della mia capacità di prendere decisioni.
Si era arricchita di tanti pezzi completamente diversi tra loro e ognuno rappresentava un momento specifico del mio percorso. In tutte le note, comprese quelle più malinconiche, c’era Stefano.

Stefano.
Lo Stefano con cui ero in contatto – telefonico ma soprattutto mentale, in quel senso immateriale che solo noi due potevamo capire – a qualsiasi ora del giorno e della notte e che ora alternava momenti di estrema dolcezza e serenità a istanti di inspiegabile ansia e freddezza.
La persona che fino a poco tempo prima mi cercava in modo costante da quando apriva gli occhi a quando li richiudeva la sera, che si svegliava durante la notte per scrivermi, che si agitava se non riceveva una risposta quasi in tempo reale…e che ora non riusciva a chiamarmi.

Perdonami ma non sono riuscito a chiamarti.
Le parole riecheggiavano nella mia mente mentre fissavo la tazza in cerca di una spiegazione.
“Non ti preoccupare.” gli ho scritto qualche minuto dopo.
“Bellina mi manchi tanto e non vedo l’ora di abbracciarti.” mi ha risposto quasi in tempo reale.
“Ti ho sognato stanotte.”
“Cosa facevamo?”
“Parlavamo del tuo progetto.”
“Non abbiamo ancora avuto modo di discuterne…lo faremo a quattr’occhi.”
Mi sono subito tornati in mente tutti i dettagli della conversazione immaginaria che avevamo avuto durante il sonno.
“Venerdì? gli ho domandato, con tono convinto.
“E come fai a saperlo?”
“Te l’ho detto…ti ho sognato. Ho già assistito a questa conversazione…” ho detto, quasi incredula.
“Sì, arrivo dopodomani. Facciamo come ai vecchi tempi?”
“Vecchi? E poi non mi dire che non sei cambiato.”
“E’ un modo di dire…ti volevo proporre di fare una fuga delle nostre…”
Ero stanca di fuggire, nascondermi, fare finta che fosse tutto a posto, ma allo stesso tempo mi sentivo inerme di fronte a lui.
Lo amavo come non avevo mai amato nella vita. Pensavo che stesse attraversando un momento di difficoltà, lo stesso che avevo vissuto io fino a poco tempo prima, ed ero disposta ad accettarlo. Il profondo senso di gratitudine che avevo nei suoi confronti mi dava la forza di passare sopra a tutto.
Del resto ero convinta che la situazione si sarebbe sbloccata quanto prima e che quella fosse una tappa obbligata per proseguire la vita mano nella mano.
“Dove andiamo?” gli ho chiesto, d’impulso.
“Lo scoprirai tra 72 ore.”
“Manca pochissimo!” ho esclamato felice.
“Bellina, ti va di presentare il progetto insieme a me?”
“Sei serio?”
“Certo…sarebbe un onore.” mi ha risposto.
“Ma…ma non saprei cosa dire.”
“Hai letto tutto il documento?”
“Sì, ma…”
“Ti voglio sul palco accanto a me.”
“Facciamo una prova prima?”
“Come preferisci. Se ti senti più sicura, per me va bene. Anche se preferirei improvvisare. Noi due, la nostra intesa…gli investitori sceglierebbero noi solo per questo.”
“Nel sogno dicevi di voler preparare un discorso.”
“Con te non serve.”
“Almeno dividiamoci i paragrafi.” l’ho implorato, per paura di non essere all’altezza.
“Da quando ti spaventa l’idea di parlare in pubblico?” mi ha chiesto, quasi rimproverandomi.
“Da quell’incontro può dipendere il tuo futuro a Milano. Devo aggiungere altro?”
“Se qualcosa dovesse andare storto, troverò comunque un modo per tornarci. Non ti lascio andare, Bellina…”
“Mi hai convinta…”
“Ci vediamo venerdì. Mi raccomando, puntuale!”
“Io sono sempre puntuale. Tu, piuttosto…” ho ribattuto.
“Ma smettila! Non ti ho mai fatto aspettare. Principessa…”
“E’ vero.”
“Ci sentiamo più tardi?”
“Quando vuoi.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo “Potresti anche cercarmi tu ogni tanto.”
“Non so dove sei, con chi sei, cosa fai. Penso sia chiaro il motivo per cui aspetto sempre che lo faccia tu.”
“Hai ragione. Ma per te ci sono sempre, ricordatelo.”
“Sì, Ste.” gli ho detto, per chiudere il discorso. Era inutile parlarne: lo cercavo solo quando avevo la certezza che Laura non fosse con lui.

Quel venerdì mattina mi sono svegliata con un’energia che non sentivo da tempo. Dopo la doccia ho scelto con cura cosa indossare e mentre mi allacciavo la cerniera della gonna ho letto un messaggio di Stefano ed ho avuto l’impressione che mi stesse osservando.
“Ti stai preparando? Sarai bellissima con quella gonnellina nera.”
“Ma…? E tu come lo sai?”
“Ti immagino…ti aspetto qui sotto.”
“Davvero? Pensavo che andassi direttamente in università. Vuoi salire un attimo?”.

Qualche secondo dopo lo osservavo dalla telecamera del citofono.
“Buongiorno, prego salga pure. Terzo piano, seconda scala a destra.”
“Con piacere, sarò lì in men che non si dica!”.
Ho sentito le porte dell’ascensore che si aprivano e un brivido mi ha percorso la schiena. Di una cosa ero certa: in quel momento non c’era alcuna delusione, incomprensione o gesto che potessero farmi mettere in discussione il mio sentimento per Stefano. Il mio corpo reagiva da solo agli stimoli, la mia mente viaggiava libera, non potevo tenere in gabbia alcun tipo di pensiero. Non riuscivo a smettere di sognare ad occhi aperti.

“Bellina…eccoti finalmente.” mi ha detto, prendendo il mio viso tra le mani e avvicinandosi per darmi un bacio.
“Mi sei mancato.”
“Tu di più.”
“Tu.”
“Tu.”
“Tu.”
Mi ha sfiorato le labbra più volte, fino a quando, ritrovandomi con le spalle al muro, non potevo indietreggiare ulteriormente.
“Puoi mettere in pausa il mondo?” gli ho chiesto. Avrei voluto vivere in quell’istante all’infinito.
“Ho appena schiacciato play. Non ci ferma più nessuno ormai. Non lo farò di certo io.”
Voglio vivere così. Per sempre.”
“Anch’io.” mi ha risposto, spingendomi dolcemente verso il divano.
“Guarda che facciamo tardi, Ste.”
“Hanno spostato il mio intervento di un’ora.”
“In questo caso…” ho continuato, lasciandomi andare.
“Sei stupenda.”
“Non mi spettinare.”
“Vedo cosa riesco a fare…”.
Ho chiuso gli occhi e d’istinto ho ripensato alle sue parole di qualche mese prima: “…poi un giorno pubblicheremo un libro su di noi.”.
Ho visualizzato l’immagine di un romanzo in cui le nostre avventure, ma soprattutto i nostri sentimenti, potessero prendere vita. Ho deciso che un giorno ci avrei provato, perché sarebbe stato proprio quello l’unico modo per rendere eterna l’intensità di quel rapporto.
Non sarebbe più stato necessario premere pausa. Quei momenti sarebbero stati stampati su pagine bianche, colorate da un Amore così grande che non poteva far altro che farsi portavoce della propria bellezza.

limiti

Mi sono presa una pausa, ma non ho mai smesso di pensare a questo blog.
Vi spiego cosa è successo: una mattina mi sono svegliata, ho riletto l’ultimo post e mi sono resa conto della distanza quasi incolmabile che avevo creato tra la storia di Isabella e la mia vita reale.
Osservando lo schermo del computer capivo di essere arrivata ad un passaggio del racconto complicato, che non ero sicura di saper gestire ma che – soprattutto – non volevo gestire. Forse perchè mi sono trovata in una situazione simile e so bene quanto sia doloroso avere a che fare con una persona che, da un momento all’altro, comincia a scivolarti tra le dita. Mi calavo così tanto nei dialoghi dei due protagonisti che avevo quasi l’impressione di rivivere alcuni attimi del mio passato.
Poi però spegnevo tutto e tornavo alla mia quotidianità: un sogno.
Non riuscivo a trovare un equilibrio tra il malessere che cercavo di esprimere con la scrittura e il benessere che caratterizzava le mie giornate.

Da qualche parte ho letto che bisogna sempre mantenere le distanze da ciò che si scrive per poterlo fare con lucidità. Sarebbe quindi più “corretto” parlare di negatività in momenti particolamente positivi e viceversa.
Ma a me questo contrasto è sempre stato stretto e mi ha portata, lo scorso dicembre, di fronte ad un muro di concetti che non riuscivo a esprimere.

Però scrivere mi manca, tantissimo.
Quindi penso che il 2017 sarà l’anno in cui cercherò di superare i miei limiti e auguro a voi tutti di fare lo stesso.
Individuarli è già un traguardo, superarli richiede grandi sforzi ma dà le più grandi soddisfazioni.

Continuerò a raccontarvi la storia complicata di Isabella e Stefano e quando riporrò il computer sul comodino, cercherò di lasciarmi tutto alle spalle per vivere al meglio i giorni che mi separano dal mio matrimonio.
Spero di avervi al mio fianco in questo nuovo viaggio.

A presto ❤️‍
Benedetta

rifugiarsi nei sogni

“Ho letto tutto d’un fiato…” ho scritto a Stefano appena sono arrivata in fondo al documento di venti pagine che mi aveva inviato poco prima. Ero tornata a casa da circa mezz’ora e non mi ero nemmeno tolta il cappotto.
“E quindi? Cosa ne pensi?” mi ha chiesto lui.
“Dammi qualche minuto, ti chiamo.” ho risposto istintivamente.
“Ci sei tra un’oretta?” mi ha proposto lui.
“Va bene, però domani devo uscire all’alba…cerchiamo di non fare troppo tardi.”
“Se vuoi ci possiamo anche sentire uno dei prossimi giorni.”
“Uno dei prossimi giorni?!” ho esclamato, senza aggiungere alcun commento.
“Dai, era un modo di dire…non ti voglio stressare.”
“Non ti riconosco più…quando torni da Bellina?” gli ho domandato.
Non me ne sono mai andato. Sono solo stanco, stressato e pieno di impegni.” mi ha risposto, quasi rassegnato.
“Ste, ti capisco. Però questo progetto dovrebbe bastare a tirarti su il morale…mi sembra un’opportunità eccezionale.”
“Ne sei convinta?”
“Sì.”

La paura e i dubbi si stavano facendo strada dentro di lui e lo percepivo così nitidamente che avevo l’impressione che si stessero impossessando anche di me, un’altra volta. Non avevo fatto in tempo a trovare la forza di rialzarmi e di fare ordine nella mia vita che mi ero subito ritrovata nel mare delle sue preoccupazioni. Il muro di forza che aveva eretto davanti a sè si stava, un po’ alla volta, sgretolando. La nebbia si infilava così nelle sue fessure, gli offuscava i pensieri, rapiva il suo coraggio. Pensavamo entrambi che, per qualche motivo, potesse essere immune da tutto questo, ma iniziavamo a comprendere che non sarebbe stato così, anche se Stefano non aveva nessuna intenzione di ammetterlo. Il ciclone non lo avrebbe risparmiato e – così come era stato per me – si stava abbattendo anche su di lui, proprio nel momento in cui entrambi pensavamo si fosse allontanato definitivamente.

“Non lo so…sto passando intere giornate e nottate su questi progetti…e se poi mi trovassi con un pugno di mosche?”
“Stai inseguendo un sogno. Da quando ti conosco non fai altro che parlarmi della ricerca…di come avresti voluto sfondare in questo campo…di quanto amassi la vita universitaria e di come ti rendesse orgoglioso il passato dei tuoi genitori in questo campo…è la tua passione, Ste…”
E’ la mia vita.
“Appunto… e quindi è normale che tu sia spaventato. Vedrai che riuscirai a fare tutto ciò che desideri, ne sono certa.”
“Quando parlo con te mi tranquillizzo in un istante.”
“Allora servo a qualcosa.” gli ho detto, sospirando.
“Tornerò presto a galla.”
“Non ci possiamo sentire adesso?” gli ho chiesto, dopo aver notato che l’orologio segnava mezzanotte passata.
“Non posso.”
“Sei con Laura?”
“Bellina…”
Basta dirlo.
“Non ti arrabbiare. Lo sai che per me ci sei solo tu…e sai anche che vivo come se ti avessi al mio fianco.
“Non c’è posto per me nella tua vita.”
“Ti sei presa il mio cuore e la mia mente, cosa vuoi di più?”
“Niente. Hai ragione.”
“Ti ho detto più volte che sistemerò tutto, piccola streghetta. Non mi abbandonare proprio adesso.”
“Come potrei…” gli ho risposto. “Finalmente comunque, era ora!” ho aggiunto dopo una pausa di qualche secondo.
“Cioè?”
“Sei tornato…Tu…è tornato Tu!
“C’è sempre stato, amore mio.”
“Mio. Sei un po’ mio?”
“Direi proprio di sì…un po’ tanto…un po’…tutto.”
“Chiamami appena sei libero.” gli ho detto. L’ultima parte della conversazione aveva spazzato via la nebbia e ci aveva riportati uno accanto all’altra. Sentivo sulla mia pelle il calore del suo corpo e non potevo fare altro che pensare a quanto mi mancasse il contatto con le sue mani.

rifugiarsi-nei-sogni“Pronto, Bellina?”
“Hey…eccomi. Come stai?”
“Stanco…ma non mi voglio più lamentare con te. Quindi parliamo di cose più importanti…”
“No, senti. Non è il momento più adatto…ho bisogno di dormire stanotte.”
“Che cosa hai capito? Ti volevo parlare del progetto che ti ho mandato.”
“Ah…ok, sì, certo…”. Per un attimo avevo temuto che avesse intenzione di spingersi in discorsi relativi al nostro rapporto e ho capito che – sebbene non apprezzassi il fatto che li evitasse quasi del tutto – ero io la prima a non volerli affrontare.
Ci sono situazioni in cui è difficile – se non addirittura impossibile – avere le risposte che si cercano se non si formulano le domande.
“Insomma…cosa ne pensi?” mi ha chiesto.
“Me ne intendo poco, quindi non sono in grado di darti un giudizio sul progetto in sè. Mi sembra ben strutturato e penso che possa funzionare. Soprattutto perchè ti riporterebbe da me…”
“Il paragrafo 2.4 è chiaro?”
“Signorsì.” gli ho risposto.
“E quello successivo…pensi che sia corretto usare quei termini in inglese? O forse è meglio che li traduca?” ha proseguito, ignorando il tono ironico con cui avevo cercato di riportare la conversazione ad un contesto meno professionale.
“No, lasciali in lingua originale. Non suonerebbero bene in italiano.”
“Quanto mi ami?”
“Ste…tanto.”
“Dovevi arrivare tu per farmi sentire come un tredicenne…sai qual è l’ultima sensazione che ho provato? E forse in assoluto la più assurda?”
“Quale?”
Brividi su tutto il corpo…pensando a cosa rappresenti per me.”
“E’ successo anche a me, ascoltando una canzone che associo a noi. E leggendo un libro, proprio stamattina…”
“Bellina, mia…ti vorrei qui, seduta in braccio a me, per rileggere insieme il documento.”
“L’hai già consegnato!” gli ho ricordato.
“E’ vero, ma devo preparare il discorso per venerdì mattina.”
“Vi incontrate lì in università?”
“Lì in università, sì.”
“Non ti seguo…” gli ho detto, smarrita.
“Lì…a Milano.”
“Non ti sopporto, Ste.”
“Dai, te lo stavo per dire…”
“Cosa aspettavi? Perchè me lo dici sempre all’ultimo?”
“Per farti una sorpresa.”
“Ok, ma…”
“E poi non vedo l’ora di portarti in giro per Boston…magari potremmo anche tornare a New York in quei giorni…”
“Sarebbe fantastico. Non ci posso nemmeno pensare…”
Ci innamoreremo di nuovo, lo sai?
“Lo so, come se fosse la prima volta. E sicuramente un po’ di più.”.

Il suono acuto del telefono mi ha fatto aprire gli occhi all’improvviso. Avevo alzato la suoneria al massimo perchè temevo di addormentarmi ed infatti, così è stato.
Stordita da quel risveglio alle 2 di notte, non sono nemmeno riuscita a leggere per intero il messaggio che Stefano mi aveva inviato.
“Bellina perdonami ma non sono riuscito a chiamarti…e ora sarà troppo tardi…” sono le uniche parole che mi ricordo, perchè l’ho cancellato senza rendermene conto.
Ho lanciato il Blackberry in fondo al letto e mi sono rifugiata di nuovo in quel sogno, uno dei tanti che mi ha coccolata, confortata e protetta quella notte e nei mesi successivi.

i primi segnali

“Mi ha fatto mandare una lettera dall’avvocato. Vi rendete conto?” Ho chiesto alle mie amiche, mentre osservavano allibite la busta che avevo appena appoggiato sul tavolo. Nessuna delle tre aveva il coraggio di aprirla.
“Beviamoci su.” abbiamo detto io e Anna in coro.
“Isa, posso essere sincera?” ha aggiunto lei in un secondo momento.
“Devi.”
“Sei davvero stupita?”
“No. Forse è proprio questo il problema.”
“Nemmeno io. Meglio così.”
“In che senso?”
“Ti sta dando una conferma dopo l’altra: hai fatto la scelta giusta!”
“Decisamente…” le ho risposto, sospirando. “Non che avessi dubbi.”
“Senti Isa…” ha continuato “Con Stefano come procede?”
“Vi ho raccontato del mio compleanno?”
Senza aspettare la loro risposta, mi sono lanciata con un racconto dettagliato della giornata in ufficio, della lettera sulla mensola e del regalo che avevo trovato nel cassetto.
“Un ciondolo a forma di carrozza. Ecco, questo.” ho detto, allungando il polso verso di loro. “Sul bigliettino c’era scritto Quando l’ho visto ho pensato subito a te. Buon compleanno, Principessa.
“Che bello…tutto…” ha commentato Anna, che era sempre la prima a prendere la parola in ogni situazione.
“Ho pianto per mezz’ora.”
“E perchè mai?” mi ha domandato.
“Ragazze, sono troppo presa e ho paura di soffrire. Non vi so spiegare perchè, ma è così. Ho la sensazione che si stia allontanando da me, nonostante i gesti dimostrino il contrario.”
“Hai provato a parlargli?”
“Sì, è molto sfuggente. Vi ricordate che era sempre il primo a intavolare certe discussioni, a farmi domande scomode e ad aprirsi senza che io gli chiedessi nulla? Da un po’ di tempo a questa parte non è più così. Si sta chiudendo in se stesso, pur continuando a farsi sentire e a dimostrarmi tutto l’Amore del mondo.”
“Da quanto? 16 giorni?” mi ha chiesto Valentina.
“Sì…insomma, beh…mi sembra di capire che sia piuttosto chiaro: da quando sono uscita di casa.”
“Ovviamente. Non si smentiscono mai.” ha aggiunto.
“Non generalizziamo.” ho ribattuto, probabilmente perchè non ero pronta ad affrontare un discorso di quel tipo.
“Ha lasciato la moglie?” ha subito incalzato lei.
“Non lo so. O meglio, sembrava che l’avesse fatto lei.”
“Classico, avrà fatto il possibile per farsi mollare.”
“Mi ha detto che aveva un altro, magari è la verità. Devono essere per forza tutti bugiardi?”
“E poi scommetto che è tornata da lui…”
Il mio cuore stava battendo all’impazzata ed ero certa che il mio viso stesse diventando sempre più paonazzo. Sentivo l’onda di calore che passava dal collo alle tempie
“Non lo so, Vale. Può darsi.”
Sono i primi segnali. Scappa finchè sei in tempo, Isa.” mi ha detto, alzando gli occhi al cielo.
“Sarebbe comunque troppo tardi per scappare. E oltretutto, i primi segnali di cosa?”
“Gli uomini sono tutti uguali. Non lascerà mai la moglie. Fidati di me. Che motivo avrei di dirtelo?”
“Allora…” ho iniziato la frase con lo stesso tono con cui lei si era rivolta a me “Intanto ti ho detto che non so se stiano insieme o meno, perchè non me ne importa nulla e non ne voglio nemmeno parlare. E poi ti vorrei fare presente che magari esistono le eccezioni. Certo che tu, con questo atteggiamento disilluso, non le incontrerai mai…
“Scusa Isa, forse sono stata troppo aggressiva. Ma sai come la penso.”
“Sì, lo so. Dici le stesse cose da anni. Ti chiedo solo di fare una sforzo e di cercare di guardare la mia situazione senza dare per scontato che debba necessariamente prendere la piega di tutte le storie che hai vissuto o sentito tu. Non credo che il nostro rapporto sia come gli altri.”
“E’ ciò che dice chiunque si trovi nella vostra situazione.”
“…Con una relazione parallela, è vero, ma di che tipo? In cui si mettono in gioco sentimenti così importanti? Non credo proprio.” le ho detto.
“Spero che sia davvero così. Ricordati però che parlo in questo modo solo per proteggerti.”
“Quando ho deciso di buttarmi in questa storia, mi sono ripromessa di farlo con tutta me stessa e non ho intenzione di fare un passo indietro proprio adesso. Non ho mai preteso che lasciasse la moglie. Certo, spero che lo faccia. O magari l’ha già fatto e tutti questi discorsi sono inutili.”
“Però tu percepisci che c’è qualcosa che non va.” ha commentato Valentina.

“Come scusa?” le ho chiesto.
“Ecco, l’abbiamo persa…”
Mi ero incantata sullo schermo del telefono, come mi succedeva ogni volta che ricevevo un messaggio di Stefano. Era come se qualcuno abbassasse all’improvviso i rumori intorno a me. Sentivo le voci più lontane, vedevo le immagini meno nitide, perdevo immediatamente il contatto con la realtà e il filo del discorso.

“Streghetta, che fine hai fatto?”

“Non rispondergli subito.” mi ha suggerito Valentina, cercando di togliermi il telefono dalle mani.
“Ma figurati…non faccio questi giochetti con lui…” le ho risposto, mentre iniziavo a digitare la risposta.

“Sono uscita con delle amiche. Tu?”
“Sono in università. Se ti mando un documento, mi dici cosa ne pensi?”
“Certo.”
“Mandato.”
“Avevi già il mouse puntato su Invia?”
“Esatto. Guardalo quando riesci, senza stressarti.”
“Lo guardo appena arrivo a casa.”
“Grazie Bellina. Non te ne ho parlato prima perchè sai bene quanto conti il tuo parere per me. Temevo di non riuscire a consegnare il file in tempo.”
“Di che cosa si tratta?”
“Sorpresa!”

“Isabella…torna tra noi!” mi ha scritto Anna su Whatsapp.
Ho alzato lo sguardo abbozzando un sorriso, in cui era implicito il concetto di Torno subito.

“Sono troppo curiosa.”
“Vedrai…vedrai…”
“Perchè ti sento distante?” gli ho chiesto, approfittando di quel momento di ritrovata intimità.
“Io sono qui, non mi sono mai mosso.”.

“Ragazze, non so come spiegarvelo, ma mi sembra impaurito.”
E se fossi tu ad esserlo?” mi ha chiesto Simona, che era rimasta in silenzio fino a quel momento.

Quella domanda mi ha fatto riflettere molto più di quanto potessi immaginare. Sebbene a parole dicessi di essere coraggiosa, di guardare solo avanti, di accettare tutto ciò che la vita mi avrebbe riservato, dentro di me sapevo che non era così.
Lo volevo tutto per me e al più presto. Ero stanca di aspettare, ma allo stesso tempo non facevo nulla per farglielo capire.
Preferivo accettare quella situazione piuttosto che cercare di cambiarla perchè non volevo sconvolgere il nostro equilibrio. Ma soprattutto, non volevo perdere il mio: sapevo che, se lui si fosse spostato, in quel momento non sarei riuscita a rimanere in piedi da sola. Non mi rendevo conto che si trattava dello stesso errore che avevo commesso nella mia relazione con Gabriele. Quello di non essere indipendente.

i-primi-segnaliEro così terrorizzata al pensiero che Stefano potesse cambiare idea su di noi che, a tratti, perdevo di vista me stessa per stringermi il più possibile a lui e tenere insieme tutti i pezzi del nostro presente e del nostro futuro.
Così facendo, però, mettevo da parte uno dei doni più importanti di quel percorso – l’essermi “ritrovata” – e uno degli aspetti più significativi del nostro rapporto – la certezza che ci saremmo stati, per sempre, uno per l’altra.

La mia amica, nella sua visione pessimistica dell’esistenza, aveva ragione.
I primi segnali, anche se frutto di timori e insicurezze personali, sono pur sempre dei segnali di qualcosa che sta cambiando e che magari, un giorno, saremo costretti a lasciare andare. 
Anche di fronte ai sentimenti più solidi e ad un progetto che, con ogni probabilità, l’avrebbe presto riportato a Milano.

 

doveva andare così

“Il tuo?” mi ha chiesto, mentre ero assorta nei miei pensieri.
“Il mio cosa?”
“Qual è stato il giorno più brutto della tua vita?”
“Ah…beh, quello in cui ho iniziato a capire che la mia relazione con Gabriele non avrebbe mai potuto avere un lieto fine e che tutti gli sforzi e i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento, non sarebbero serviti a nulla. Gli ingranaggi non giravano nel modo corretto o, per dirlo in un modo più poetico, era evidente che la nostra storia non fosse scritta nelle stelle. O che forse lo era, ma per un periodo di tempo limitato.”
“Mi dispiace. Credo di essere la causa di tutto questo.”
“A dire il vero non è così. E’ stato un giorno di qualche anno fa, quando tu non avevi ancora fatto comparsa nella mia vita…intendo la seconda volta.”
Ho fatto una breve pausa, aggiungendo qualche istante dopo: “Ero in aeroporto da sola, mentre aspettavo che iniziasse l’imbarco per un volo che avevo sperato con tutte le mie forze che prendessimo entrambi. Ma Gabriele non ne aveva voluto sapere e così sono rientrata in Italia da sola. Lui voleva restare a Singapore e non accettava l’idea che non la pensassi allo stesso modo. Vorrei poter tornare indietro e rivivere quel giorno con la lucidità di oggi e sedermi di nuovo di fronte al gate B10. Alzare lo sguardo, fare un respiro profondo e osservare gli aerei che quel giorno partivano verso una miriade di destinazioni, le stesse che avrei potuto raggiungere io, se non mi fossi limitata a fissare il pavimento con gli occhi pieni di lacrime.”
“E poi?”
“Dopo un periodo in cui entrambi abbiamo fatto la spola da una parte all’altra del mondo, ha ricevuto una proposta di lavoro per rientrare nell’ospedale in cui si sarebbe dovuto specializzare se non avesse deciso di trasferirsi all’estero, quindi ha accettato – con una buona dose di rimorsi, ripensamenti e accuse nei miei confronti – ed è tornato qui. Io nel frattempo avevo trovato un lavoro in un’azienda che dovresti conoscere molto bene…” ho detto, alludendo alla società in cui i nostri percorsi si erano incrociati di nuovo.
“Direi di sì…”
“E comunque quella sensazione è sempre rimasta sotto la mia pelle, anche in momenti apparentemente positivi. La definirei…di precarietà. Sì, è il termine corretto. Nel mio cuore ero certa che si trattasse di una storia che non sarebbe durata per sempre…o che si sarebbe trasformata in qualcosa di negativo. Se solo lo avessi ascoltato…”
Doveva andare così.” ha commentato Stefano.
“Può darsi…ma trovo che sia un concetto difficile da accettare. In generale, intendo…”
Lo è fino a quando non hai completamente voltato pagina. Fino a quando c’è qualcosa di irrisolto, credo. Non solo nel rapporto con l’altra persona, ma anche – e soprattutto – in quello con te stessa.”.

Aveva c’entrato il punto, come sempre.
In fondo non ero ancora riuscita a trovare una giustificazione o un senso al mio comportamento remissivo di quegli anni, quindi non solo non mi rassegnavo all’idea che le cose fossero andate in un certo modo, ma continuavo anche a farmi domande e a colpevolizzarmi.
O per lo meno è stato così fino a quel giovedì pomeriggio.
Una volta rientrata a casa, il portinaio mi ha allungato una busta su cui avevo l’impressione che lampeggiassero delle lettere. AVV.
Avvocato.
Gabriele si è rivolto ad un avvocato.
Non riuscivo a focalizzarmi sul fatto che non avesse alcuna motivazione plausibile per farlo. Forse perchè sapevo che, in fondo, da una persona scorretta ci si può aspettare qualsiasi cosa.

Qualche giorno prima mi aveva comunicato via sms la sua decisione di dormire da un collega fino a data da destinarsi, invitandomi comunque a svuotare l’appartamento al più presto, cosa che non mi ero minimamente posta il problema di fare, sebbene anch’io avessi trovato una sistemazione temporanea da una coppia di amici e non fosse semplice rinunciare al mio guardaroba e agli oggetti che riempivano la mia quotidianità. Ad ogni modo non eravamo ancora riusciti a confrontarci sul futuro di quell’investimento comune e non avevo nessuna intenzione di traslocare prima di avere trovato un accordo.
Quel giorno però avevo deciso di riappropriarmi di un tailleur che volevo indossare per una riunione della mattina successiva, così mi sono imbattuta in quel gesto che non faceva altro che confermarmi che lasciarlo era stata la decisione più sensata che potessi prendere.

“Gabry, ho bisogno di parlarti. A quattr’occhi.” gli ho scritto, dopo aver terminato la lettura.
“A che pro?”
“Ho trovato questa bella sorpresa.” gli ho detto, sventolando il foglio con la mano come se lo potesse vedere anche lui. “C’era bisogno di procedere per vie legali? Ma sei impazzito? Non riesco nemmeno a capire cosa ci sia scritto qui dentro.”
“Chiedilo al tuo avvocato.”
“Non ce l’ho, cazzo. Non ce l’ho. E non avrei mai pensato di doverne cercare uno. Ma non ho nessuna intenzione di farlo.”
“Peggio per te.” mi ha risposto, mentre la rabbia era arrivata persino ad offuscarmi la vista.
“Ci possiamo vedere? Te lo chiedo per favore.”
“Va bene. Sono qui sotto.”
“Ah…” non ero pronta a quella risposta, ma a quel punto non mi sono potuta tirare indietro. “Allora sali.” gli ho detto, con voce tremante.

Siamo stati insieme poco più di un quarto d’ora, perchè non riuscivo a tollelare la freddezza con cui si rivolgeva a me. Mi parlava con il gelo nel cuore  e negli occhi, come se quello che c’era stato tra di noi non avesse la minima rilevanza o addirittura non fosse mai esistito.
Da tutto a niente in poco più di una settimana.
Da promesse, impegni, certezze a freddezza, apatia e un profondo senso di vuoto.
Avrei forse avuto meno difficoltà a capire sentimenti come odio, rancore, delusione.

C’è chi sostiene che fosse un modo per mascherare quello che provava davvero in quel momento.
Chi cerca di convincermi del fatto che ognuno reagisce allo shock in modo diverso.
Per me invece quell’atteggiamento è stata la conferma della sua passività nei confronti della nostra storia e della vita in generale.

“Va bene, mi cercherò un avvocato, se è questo che vuoi.”
“Non vedo altra soluzione.”
“Gabry, la soluzione – per un problema pressochè inesistente – sarebbe il dialogo. E’ semplice. Ma è evidente che tu mi voglia fare un torto e vorrei capire perchè. Anzi, sai che ti dico? Non me ne importa nulla. Fa’ come ti pare. Per una volta sono io a dirtelo.”

Il gelo, quel giorno, è entrato anche dentro di me e lo sgomento iniziale non ha lasciato il posto a nulla.
Anzi, ha lasciato il posto al nulla.

doveva-andare-cosiGabriele si è girato all’improvviso e ha lasciato l’appartamento senza salutarmi, lasciando un discorso a metà, come era solito fare.
Doveva andare così, mi sono detta. A quel punto non avevo più alcun dubbio.
Mentre usciva dalla porta, mi sono ritrovata sommersa da tutto ciò a cui avevo rinunciato fino a quel giorno per cercare di stargli accanto.
Da tutti i sogni che avevo messo da parte.
A partire da quello di vivere una relazione basata su un sentimento vero.

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